«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > cinema, teatro
NomeCesco
CognomeBaseggio
Data/luogo nascita13 aprile 1897 Treviso
Data/luogo morte22 gennaio 1971 Catania
Nome/i d'arteCesco Baseggio
Altri nomiFrancesco
  
AutoreClaudio Longhi (data inserimento: 07/11/2011)
Cesco Baseggio
 

Sintesi | Formazione| Interpretazioni/Stile| Testo completo

 

Biografia

A dispetto delle dichiarazioni di democratica apertura ai colleghi, all’altezza dell’estate ’63 Baseggio non è certo pronto a cedere lo scettro del comando, anzi continua, indefesso, a progettare una propria rimonta teatrale, tenacemente convinto che, in barba ai registi critici e ai fautori del nuovo, il suo Goldoni e il teatro veneto possano ancora avere un futuro. Come sul campo di battaglia (e due sono le guerre che Cesco ha attraversato) ogni mezzo, in questa lotta per la sopravvivenza, è lecito. Il 3 giugno 1963 si spegne a Roma l’amatissimo Angelo Roncalli e subito Cesco, fiutando l’affare, è pronto a bussare alla porta di Monsignor Loris Francesco Capovilla, con un canovaccio di commedia in mano, ispirata alla vita di Giovanni XXIII, pronto – dopo aver dato vita scenica a Pio X – a vestire i panni dell’ultimo pontefice. Crudelissimo, nella sua apparente bonomia, il ricordo del commiato da Baseggio, in quella circostanza, tràdito dal prelato. In una nota in memoria di Cesco, Monsignor Capovilla, dopo aver riferito di aver dissuaso l’attore dal suo maldestro progetto, allega alla sua testimonianza un lancinante explicit: «Per venire alla mia dimora l’artista aveva dovuto fare a piedi la piccola salita della Zecca vaticana, un vialetto a forte pendenza. Ansimava e me lo fece notare: “So vecio, ma go tanta voja de lavorar”» (Loris Francesco Capovilla, “El me perdona, Santo Padre…”, in Cesco Baseggio. L’attore oltre la maschera, cit., p. 172). «Go tanta voja de lavorar»: par quasi che il suo ostinato e quasi rabbioso attaccamento al teatro – o alla vita? – di fatto privi Cesco di lucidità – quella lucidità strategica di cui l’attore, per altro, aveva già fatto mostra di difettare fin dai tardi anni Venti, quando si era trovato allo snodo cruciale di gestire il successo del suo Shylock. Baseggio sogna di conquistare le platee della penisola cavalcando il mito di Giovanni XXIII, e intanto, nell’ottobre 1963, a Palermo gli stati maggiori della neoavanguardia decretano la nascita del Gruppo 63 mentre pochi mesi dopo, al Teatro Valle di Roma, un giovane attore di belle speranze, tal Luca Ronconi, giocando per una volta a fare il regista, alla vigilia di Natale, per la precisione il 23 dicembre, sconcerta il pubblico borghese con una versione particolarmente scabrosa del dittico goldoniano La putta onorata e La buona moglie: in scena, tra gli altri, Gianmaria Volonté e Carla Gravina. Ad accrescere l’isolamento di Cesco, durante il 1963 muoiono Enzo Duse, Arnaldo Boscolo e Alberto Bertolini – il cronista teatrale del «Gazzettino», fedele spettatore di Baseggio, ancora al fianco dell’attore, per festeggiarlo, in occasione del recital alla Fenice del giorno 8 maggio.

Alle nozze d’oro col teatro, seguono due stagioni di frenetica attività. Chiudendosi ermeticamente su se stesso, a questa altezza cronologica l’iperattivismo di Baseggio si è però ormai definitivamente sclerotizzato, andando ad alimentare più ancora che un laborioso cantiere di ricerca artistica una sorta di sterile macchina celibe professionale capace solo di girare a vuoto su di sé. Continuando a battere le vie che gli sono care, in teatro Cesco affianca alle sempre molte recite goldoniane (Il vecchio bizzarro, Il burbero benefico, La locandiera, Il bugiardo), le solite incursioni nei classici della drammaturgia veneta novecentesca (Sior Tita paron), rispolverando pure le drammaturgie di Lodovici (Signor sì di Carlo Lodovici e Mario Luciani, così come il vecchio Martirio di San Sebastiano, già sappiamo firmato dalla “ditta” Lodovico Ceschi). Nelle sue linee essenziali tale schema repertoriale si replica sul fronte delle collaborazioni con la RAI, versante operativo cui Baseggio, in questi mesi, anche pressato dalle ambasce economiche e complice il gradimento del grande pubblico, si dedica con rinnovata lena. Come in palcoscenico, anche sul piccolo schermo tanto Goldoni (La serva amorosa, 18 settembre 1964; I rusteghi, 27 novembre 1964; Sior Todero brontolon, 11 dicembre 1964; Il burbero benefico, 19 agosto 1965); i capolavori del teatro veneto del XX secolo (La vedova, 30 settembre 1964), ma anche qualche “novità” dell’altro ieri (Il Papa Sarto, 29 luglio 1964 e El prete rosso, 27 agosto 1965). Nel suo bulimico bisogno di fare, in questo torno d’anni Cesco torna pure alla radio: il 10 agosto del ’63 viene radiotrasmessa una sua vecchia edizione del Burbero benefico, registrata nel lontano 15 gennaio del ’54; il 12 giugno del ’65 viene invece messa in onda una sua interpretazione di Un curioso accidente, registrata poco meno di un mese prima il 16 maggio.

Nonostante il convulso affannarsi del capocomico e malgrado l’affetto del popolo degli spettatori TV, col passare del tempo, però, la compagnia di Baseggio fatica sempre di più a far autenticamente breccia sul pubblico. Come dimostrano i coevi conclamati successi goldoniani di Strehler, in pieni anni Sessanta i problemi che la troupe di Cesco incontra nello stabilire un rapporto con gli spettatori non sono tanto – o per lo meno non sono solo – legati alla scelta di un repertorio “datato”, tutto incentrato com’è sul teatro dell’Avvocato, ma sono piuttosto da individuarsi nella natura della proposta scenica. Se, infatti, il Goldoni “all’antica veneta” di Baseggio – coacervo prezioso e un po’ fané di sapiente solfeggio ritmico, abile montaggio di “soggetti” di sicura presa comica sul pubblico e sovrapposizioni folgoranti, ma spesso un po’ caramellose, di finzione ed autobiografismo – può far presa sulle grandi platee televisive, l’eletta enclave degli spettatori teatrali ha invece un gusto ormai più decisamente virato su linguaggi più elaborati e “critici”. Le angustie economiche e la fuoriscita dalla compagnia di Cesco dei colleghi di maggior peso e autorità scenica (dai Micheluzzi a Cavallieri o alla Vazzoler), incidono poi negativamente sulla qualità complessiva delle messe in scena proposte, senza contare che, col passare degli anni e l’aggravarsi delle condizioni di salute, lo stesso Baseggio per lo meno a tratti va perdendo il suo smalto. Archiviate le celebrazioni del ’63, a fronte del penoso stato in cui versa la compagnia di Cesco, quella frangia di recensori da sempre schierati su posizioni più critiche nei confronti del vecchio capocomico, non esitano a venire allo scoperto, lanciando all’indirizzo di Baseggio bordate pesanti. È il caso dell’anonimo editorialista del numero 213 di «Sipario», una delle più quotate riviste di settore per quegli anni in Italia. Nel gennaio del ’64, l’anno che in novembre saluterà al Lirico di Milano il trionfo della Baruffe chiozzotte di Strehler, in margine ad una riflessione generale sul degrado del teatro italiano in ragione dell’incompetenza dei suoi addetti ai lavori, il giornalista di «Sipario» sferra un terribile affondo a Baseggio: «Non è che Goldoni non chiami; Goldoni chiama e non chiama, come a teatro succede a tutti gli autori e a tutti gli attori, (succede a Pirandello, succedeva alla Duse, succedeva a Ruggeri, succede a Eduardo). Il Goldoni del Piccolo teatro chiama, col Servitore di due padroni, dal 1947; il Goldoni della Stabile di Torino chiama quest’anno, col Bugiardo. Indubbiamente non chiama il Goldoni della compagnia di Baseggio, ma che è, se non un Goldoni ridotto sgangheratamente, recitato guittescamente, inscenato con perfetto disamore e soltanto per le sovvenzioni, altro che discorrere di religione goldoniana?» (s.a., Da Tommaso d’Amalfi a Carlo di Venezia, in «Sipario», XIX, gennaio 1964, n. 213, p. 1). La staffilata è tanto più violenta, quanto più risulta ad un tempo gratuita e programmatica in rapporto al ragionamento in cui si inserisce. A due mesi di distanza dall’attacco, Cesco reagisce stizzito inviando una lettera aperta alla redazione della rivista che, benché presenti fatalmente un quadro partigiano e tendenzioso della realtà, apre un’illuminante finestra, sulle tribolazioni quotidiane dell’artista/capocomico: «Milano, lì 7 febbraio 1964. Pregiatissimo Signor Direttore, devo rivolgermi a Lei per pregarLa, se le sembra giusto e legittimo, di pubblicare questa mia lettera nella sua rivista “Sipario”, dove per la prima volta in cinquant’anni di attività teatrale mi sono sentito insultare e denigrare […]. Questo articolo […] si sofferma ad esaminare le ragioni dell’attuale crisi teatrale e deplora errori commessi sia delle Compagnie di Commedie Musicali sia dal Teatro di Prosa, ma lo fa con parole dignitose, con rimbrotti garbati fino a quando arriva a parlare di me (chissà poi per quale ragione recondita) allora si sbraca, offende»; «ho la presunzione di credere che rari critici teatrali, pochi amatori di Goldoni e pochissimi spettatori siano d’accordo con l’anonimo articolista. Io percepisco annualmente dallo Stato un contributo straordinario di dodici milioni (che con la nuova tassa prevista dalla legge 21 aprile 1962, si riduce a otto milioni trecentocinquantamila lire), con l’obbligo di rappresentare non meno del cinquanta per cento di recite goldoniane e di farlo, come lo faccio da oltre trent’anni, anche per le scuole medie e superiori. E sono forse io il solo sovvenzionato dallo Stato? E non lo sono forse anche gli altri Enti […] citati e anche non citati? Per quanto riguarda invece, il modo con cui ho servito Goldoni, tengo a precisare che dal 1945, anno di nascita della “Goldoniana”, ad oggi, io ho duplicato i miseri incassi di allora e che, se nel ’45 e ’46 recitavo di fronte ad un pubblico di vecchi, oggi ho la soddisfazione di vedere anche di sera molti giovani che si divertono e che mi attestano direttamente la loro stima» (Cesco Baseggio, Una lettera di Baseggio, in «Sipario», XIX, marzo 1964, n. 215, p. 63). La risentita risposta di Baseggio, offre però il destro alla rivista per un nuovo attacco; la missiva dell’attore è infatti accompagnata da un corsivo non meno corrosivo dell’editoriale che l’aveva preceduta: «[…] ecco la lettera. Dalla quale si apprende quel che si apprende da tutte le dichiarazioni capocomicali: lo Stato sovvenziona poco o non sovvenziona affatto. Già. Ma Baseggio non potrà negare d’aver ottenuto per anni un premio integrativo di quattro o cinque milioni, e nemmeno potrà negare i quasi ventinove milioni che figurano per la sua compagnia nell’elenco delle provvidenze per l’anno 1962-63» (ibidem).

Se ci si è attardati nel render conto della polemica tra la redazione di «Sipario» e Cesco dell’inverno ’64, non lo si è fatto tanto per un particolare rilievo in sé dell’episodio, quanto per restituire al meglio il clima di freddezza, quando non di aperta ostilità, che, in certi ambienti teatrali, a metà degli anni Sessanta ormai circonda il nome di Baseggio. Certo non tutta l’intellighenzia teatrale nazionale è avversa al capocomico, e non mancano all’attore alcuni giornalisti amici; ma, al di là dei volubili umori della critica, la minaccia che pesa come un macigno sul futuro della compagnia baseggiana è l’effettiva disaffezione del pubblico. A poco meno di un anno di distanza dalla querelle con «Sipario», un esempio particolarmente significativo della crisi profonda che la compagnia di Baseggio sta attraversando in quei mesi è dato dall’esito catastrofico delle recite romane del dicembre ’64/gennaio ’65, malgrado il sostegno di alcuni recensori di vaglia come Prosperi (e Roma, si sa, era da sempre tra le piazze più fedeli al culto di Cesco). Tracciando un livido quadro di quella desolante (e ancora una volta emblematica) Caporetto, un anonimo trafiletto della «Fiera Letteraria» del 17 gennaio 1965, dal significativo titolo Goldoni e Baseggio clandestini, merita una lunga citazione: «Giorgio Prosperi […] è giustamente sdegnato della gelida accoglienza fatta a Baseggio e a Goldoni dall’ambiente teatrale romano. Scrive sul Tempo del 2 gennaio: “In un teatro di preti spagnoli, il ‘Goldoni’, gestito da un gruppo irlandese, ha esordito a Roma, il pomeriggio del 31 scorso, la compagnia di Cesco Baseggio…”. Alla ventina di spettatori che si trovavano in sala fu consegnata una pagina in inglese o in versione italiana, in cui sono riferite tra l’altro le seguenti righe del Times: “La rinascita di un teatro italiano moderno dipende dal riconoscere le vere origini del genio teatrale italiano. E’ essenziale in primo luogo la riscoperta di Goldoni come classico nazionale”. E’ possibile – continua Prosperi – che, in seguito all’articolo del Times “qualche inglese bizzarro intenda acquistare Goldoni e naturalizzarlo, Baseggio incluso. Dal momento che in Italia Goldoni non interessa quasi nessuno, o interessa come una rarità in lingua straniera, noi siamo favorevoli senz’altro alla vendita. E’ il solo modo di salvare Goldoni, e di farlo rientrare trionfalmente in Italia. Infatti non mancheranno impresari. [sic!] attori importanti, direttori di Stabili, traduttori, che, colpiti dalla bravura dello sconosciuto autore neo-inglese, ne proporranno l’importazione. E finalmente Mr. Charles Goldoni diventerà in Italia un autore popolare. Quel giorno tutti i bastardi della nostra cultura nazionale, o “nazionale popolare”, si improvviseranno patrioti, si cospargeranno il capo di cenere, accuseranno i soliti demoplutojudo ecc. di commerciare il sangue delle nazioni. Ma oggi che cosa fanno per Goldoni? Nulla. Eppure, almeno certi autori, e certi sceneggiatori, e certi registi, dovrebbero andarlo a sentire questo Goldoni minore, e imparare come si costruisce una scena, o si imposta un carattere, o si governa un dialogo. … Ma a chi interessano oggi le schiette verità di Goldoni? Non ai conservatori, che vanno mettendosi ogni giorno di più al di fuori della cultura; non ai progressisti, pronti a prendere sul serio le confuse elucubrazioni di Miller o i fondi di cassetto di Brecht. Questa compagnia di Cesco Baseggio, meriterebbe di essere ricevuta in ogni città con tutti gli onori. E invece, almeno di Roma, è ospite semiclandestina» (s.a., Goldoni e Baseggio clandestini, in «La Fiera Letteraria», XL, 17 gennaio 1965, n. 2, p. 2).

Lo stesso Cesco, in quei tristi giorni romani, dalle rive dall’Urbe lancia pubblicamente sulle pagine del «Gazzettino» il suo “grido di dolore”: «La Goldoniana si trascina nella provincia perché “i nostri buoni villici” si accontentano anche del teatro artigianale, ma quando essa approda sulle rive del Tevere deve rifugiarsi al teatro Goldoni (irrisione superba), in una calletta della Roma centrale sì, ma sconosciuta anche ai tassinari nati all’ombra del cupolone». Al solito Baseggio scaglia invettive contro il Comune di Venezia, che ha ridotto il Teatro Goldoni a un «museo di “pantegane”», e contro la Biennale incapace di valorizzare il repertorio goldoniano. L’attacco al Festival è particolarmente duro: «Venezia, specialmente nei mesi estivi è piena di foresti. Facciamo conoscere il vero Goldoni nella sua sede naturale, come si faceva una volta. No, non si fa più niente. E per i forestieri inglesi e americani il festival Veneziano del teatro ammanisce Shakespeare e per i tedeschi Brecht e per gli spagnoli Calderon o Lorca e così via per arrivare ai No giapponesi. E di Goldoni mostriamo ai forestieri la casa del Ponte dei Nomboli a San Tomà e la statua di Dal Zotto. Bello vero?!» All’ormai esasperato capocomico l’antidoto per promuovere il teatro di Goldoni, rilanciando ad un tempo le quotazioni sue e della sua compagnia, è la creazione di una lagunare Cà Goldoni che sia degno corrispettivo della parigina Maison Molière: «Molière ha una casa a Parigi (e per casa di un grande autore non si deve intendere la trasformazione in museo della casa dove egli è nato bensì un teatro dove lo si studi, lo si rappresenti e dove si possa trovare la tradizione di quanto egli voleva dire ed esprimere con le sue opere). Diamo almeno un appartamento se non una casa a Goldoni! Che cosa è stato fatto? Niente, mai niente» (Cesco Baseggio, Proposta di Baseggio per una casa del Goldoni, cit.) Fissato nella sua livorosa e sempre più maniacale esagitazione, in cui un giusto (o quanto meno comprensibile) sdegno culturale appare sempre più indissolubilmente intrecciato ad un ossessivo bisogno di collocarsi sul mercato, Baseggio a metà degli anni Sessanta è ormai un vecchio Don Chisciotte, ostaggio delle proprie nevrosi. Col sopraggiungere dell’estate 1965 l’autoreferenziale deriva artistica e produttiva di Baseggio, risultato di anni di indifferenza degli addetti ai lavori e di amarezze, ha ormai raggiunto il punto di non ritorno. In occasione di un recital organizzato per i giorni 1 e 2 settembre al Castello di Caterina Cornaro ad Asolo dai suoi fedelissimi (di fresco raccoltisi nell’impresa parallela de “I Delfini” sotto la guida di Maffioli) di concerto con la Fondazione Eleonora Duse, Baseggio dà l’annuncio ufficiale del suo ritiro dalle scene. Gino Damerini registra sul «Gazzettino»: «L’auditorio di qualità che assisteva» alla recita «ha applaudito incessantemente Baseggio dopo ciascuna delle sue interpretazioni, e mentre lo festeggiava, e lo richiamava e risalutava, con l’ammirazione che si è detta, al proscenio asolano si chiedeva con giustificata apprensione se fosse vero che l’attore non riunirà nell’anno comico che sta per cominciare, la sua compagnia» (Gino Damerini, Baseggio applaudito al castello di Asolo, «Il Gazzettino», 2 settembre 1965). Poche settimane dopo, al Festival di Venezia, nello stesso anno in cui l’Italia scopre il Living Theatre, Carlo Quartucci, col Teatro Studio di Genova, presenta Zip Lap Lip Vap Mam Crep Scap Plip Trip Scrap e la grande Mam su testo del padovano Giuliano Scabia, interprete Leo De Berardinis (30 settembre 1965).

 
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