«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > cinema, teatro
NomeCesco
CognomeBaseggio
Data/luogo nascita13 aprile 1897 Treviso
Data/luogo morte22 gennaio 1971 Catania
Nome/i d'arteCesco Baseggio
Altri nomiFrancesco
  
AutoreClaudio Longhi (data inserimento: 07/11/2011)
Cesco Baseggio
 

Sintesi | Formazione| Interpretazioni/Stile| Testo completo

 

Biografia

I consensi ricevuti con Il prete rosso sono un’iniezione di fiducia per il capocomico che – forte delle lodi incassate – tende a minimizzare i desolanti andamenti dei botteghini. Intervistato da Franco Cologni dopo la trionfale accoglienza del dramma di Maffioli, Cesco si ostina a proclamare la propria fiducia nella tenuta del teatro veneto, in ispecie goldoniano. Ai tendenziosi interrogativi postigli del giornalista – «Ultimo dei grandi comici goldoniani, Lei, Baseggio, nonostante il pubblico (quello milanese almeno) sembri dimostrare scarso interesse nei confronti del Veneziano, continua infaticabilmente a riproporne i testi. Perchè [sic!], è ovvio, in essi crede. Ma come spiega questa malcelata indifferenza degli spettatori di oggi? Forse che il teatro di Goldoni non ha più nulla da dirci?» – Cesco accorato replica: «Non è vero che il pubblico milanese o italiano che sia, dimostri scarso interesse per Goldoni. Dimostra poco interesse per tutto il teatro in genere, si lascia attrarre soltanto da certi spettacoli che hanno carattere di mondanità, di eccezionalità, di morbosità, di curiosità. Requisiti che al teatro goldoniano mancano di certo, e per fortuna, essendo l’intenzione dell’autore quella, invero meno allettante ma più sostanziale, di impegnare il pubblico in una situazione “umana”, quindi morale e sociale». In questa ispirata primavera del ’62, la stagnazione della produzione drammaturgica veneta è per Cesco il frutto di una crisi di pubblico destinata ad essere superata. Così Cologni sintetizza l’opinione del capocomico: «Circa le sorti del teatro dialettale veneto contemporaneo, di cui si è fatto coraggioso “talent scout” […], Cesco Baseggio s’astiene da un qualsiasi giudizio; sa solo che quando tornerà l’amore del pubblico per il teatro, a questo torneranno anche gli autori. Non resta quindi che attendere: è solo questione di tempo». D’altronde, per Baseggio, i segni di ripresa della domanda di teatro sono nell’aria, ed egli ne legge gli auspici nella nuova configurazione che, proprio in quei mesi, stanno assumendo le sue famigerate recite scolastiche. Sempre Cologni riferisce puntuale l’avviso del grande attore: «Cesco Baseggio, per quanto si dichiari solitamente pessimista, fa una affermazione ottimista: ritiene che il pubblico si stia lentamente riaffezionando al teatro. La sua prova del nove è questa: da vent’anni dà recite nelle scuole medie inferiori e superiori: prima le faceva in ore scolastiche, da tempo a questa parte in ore non scolastiche. Nonostante il “pericoloso” cambiamento d’orario il suo teatro è sempre affollato, adesso forse più che prima. I giovani dimostrano così di non amare il teatro soltanto perchè [sic!] permette loro di “marinare la scuola”, ma perchè [sic!] li diverte, e diverendoli, li fa uomini». Non per nulla l’incipit dell’articolo de «L’Italia», suonava pugnace e lapidario: «“Finchè [sic!] avrò vita, reciterò”: queste quattro parole riassumono il programma di lavoro di Cesco Baseggio» (Col pubblico torneranno gli autori, a cura di F. Cologni, intervista a Cesco Baseggio, «L’Italia», 1 marzo 1962).

Nonostante lo strenuo ottimismo della volontà, giorno dopo giorno Baseggio è però chiamato a fare i conti per un verso con i modesti risultati di una compagnia debole, sicuramente non all’altezza del suo prim’attore, per l’altro con un mercato sempre più sordo alle sue offerte e con una civiltà teatrale ormai tutta protesa verso orizzonti che non appartengono al maturo capocomico: è proprio nel 1962 che l’abolizione della censura preventiva apre ufficialmente le porte in Italia al nuovo teatro. Nemmeno un mese è trascorso dalla baldanzosa conversazione con Colorni quando Baseggio, siamo a fine marzo 1962, va – per esempio – incontro allo scorno dei forni di Rovereto. Impietosa la cronaca giornalistica: «La compagnia teatrale goldoniana di Cesco Baseggio ha dato a Rovereto tre rappresentazioni di altrettanti capolavori scenici: due di Goldoni: “Sior Todaro [sic!] brontolon” e “I 4 rusteghi”, e un lavoro di Giuseppe Maffioli: “Prete rosso”. Una compagnia teatrale notissima, di primo livello artistico come quella di Cesco Baseggio – che, inserita in un cartellone teatrale indiscutibilmente eccellente, avrebbe richiamato come il solito il pubblico delle grandi occasioni – questa volta è passata quasi inosservata. Il teatro Comunale “R. Zandonai”, capace di oltre 600 posti, non ha visto che una scarsissima affluenza di spettatori che, a parte l’ultima recita cioè “I rusteghi”, assommavano a non più di un centinaio, anche questi per la maggior parte studenti. Il tatro era vuoto, desolato! Alla prima rappresentazione, dei 150 posti a sedere in platea, soltanto 25 erano occupati». L’anonimo giornalista dell’«Alto Adige» incontra Baseggio all’albergo Rialto e così riferisce del dialogo col capocomico: «Durante il lungo e umano colloquio, abbiamo discusso della sorte attuale del teatro di prosa e della passione artistica che sembra non commuovere più come una volta le folle. Abbiamo scorto negli occhi del grande attore una “furtiva lacrima” di cui abbiamo capito tutta la profonda umanità». L’esito della conversazione è scontato: «dopo un’accoglienza simile», Cesco dichiara che «difficilmente tornerà ancora a Rovereto» (s.a., Il “pianto„ di Cesco Baseggio, «Alto Adige», 21 marzo 1962).

Come ormai gli accade puntualmente da una decina d’anni circa, anche nel corso di quest’ultimo episodio della sua avventura capocomicale, Cesco trova una compensazione almeno parziale alle frustrazioni teatrali – o direttamente in termini di gratificazione economica o, per lo meno, in termini di narcisistico appagamento sul terreno della fama (sempre per altro economicamente spendibile) – nelle collaborazioni con la RAI. Tra nuove produzioni e programmazioni di registrazioni preesistenti, anche all’indomani dell’abbandono di Micheluzzi la maschera di Baseggio, in effetti, fa regolarmente capolino sui piccoli schermi. Per restare all’anno comico 1961-’62, per esempio, la già consistente collezione delle creazioni televisive dell’attore si arricchisce di tre nuove messe in onda. Nel pomeriggio di mercoledì 11 aprile 1962, a risarcimento delle critiche negative ricevute al momento del debutto in teatro, la RAI trasmette Zelinda e Lindoro, l’adattamento della trilogia goldoninana firmato Baseggio in cui Cesco recita nel ruolo di Pantalone. Quindi, il 4 giugno, il secondo programma mette in onda I recini da festa di Selvatico (Baseggio è Pasqual), mentre il 3 agosto, gli appassionati della prosa TV possono assistere sul programma nazionale a La buona madre in una messa in scena registrata alla Pergola di Firenze in cui il Lunardo di Cesco è ancora affiancato dalla Barbara di Margherita Seglin. In una luce malcerta simile a quella che rischiara l’attribuzione del premio Simoni, a metà tra le ribalte della notorietà e i ceri della veglia funebre, al principio degli anni Sessanta il Baseggio formato TV ha dunque tutta l’aria di essere un accorto (e previdente) filologo (o economo), tutto teso a curare l’editio princeps televisiva, di anno in anno sempre più sbiadita, dei propri capolavori teatrali. Per altro, nel nuovo decennio, il tranquillo ménage televisivo di Cesco non fluisce nel solo alveo dell’arte: se già le molte commedie in TV degli anni Cinquanta e Sessanta sembrano più il frutto di un meditato calcolo economico che l’approdo di una sincera ricerca espressiva, proprio al principio degli anni Sessanta, nell’Italia del capitalismo impazzito, Baseggio, incarnazione in figura di Pantalone del borghese d’antan conservatore e di buon senso, si tuffa decisamente nel video-mercato. Tra il 1961 e il 1962 il popolarissimo Cesco, insieme a Giulia Lazzarini, Wilma de Angelis, Giorgio Gaber e Achille Togliani, entra nel cast di Chi sarà? microserial di spot televisivi del formaggio Kraft: «piangi piangi, che ti compero una lunga spada blu di plastica, un frigorifero / Bosch in miniatura, un salvadanaio di terra cotta, un quaderno / con tredici righe, un’azione della Montecatini…» (Edoardo Sanguineti, Purgatorio de l’Inferno, 9, in Id., Triperuno [1964], ora in Id., Segnalibro. Poesie 1951-1981 [1982], Milano, Feltrinelli, 2010, p. 82).

La stagione 1962-1963, che per l’ognora più pio Baseggio si inaugura nel segno dell’apertura del Concilio Vaticano Secondo (al cui promotore, Giovanni XXIII, il nostro comico dedica l’ennesima rima d’occasione), è una stagione particolare: con l’approssimarsi dell’estate ’63 Cesco si accinge infatti a festeggiare le sue nozze d’oro con il teatro. Secondo un copione non certo inatteso, la ricorrenza è strategicamente preparata mettendo in campo per la nuova stagione – che il 9 marzo saluta tra l’altro il debutto de I due gemelli veneziani di Squarzina, protagonista Alberto Lionello, nuovo fortunato affondo della regia critica nel repertorio dell’Avvocato – un nutrito cartellone goldoniano che porta Cesco a confrontarsi con taluni dei suoi personaggi più fortunati quali: il paron Fortunato delle Baruffe chiozzotte, il sior Todero dell’omonima commedia, il Pantalone de Il bugiardo, l’Ottavio de La serva amorosa, il monsieur Filiberto di Un curioso accidente, il Marchese di Forlipopoli de La locandiera. Nel dicembre ’62 la terza scena del quarto atto del Bugiardo è anche oggetto di una registrazione radiofonica, poi confluita in un disco Cetra. Consapevole che Goldoni non basta a richiamar pubblico, il consumato capocomico fa spazio ancora una volta nella sua troupe ad una promessa dell’industria cinematografica: Brunella Bovo diva per un giorno tra Miracolo a Milano e Lo sceicco bianco, scritturata in casa Baseggio per tutto l’anno comico ’62-’63. Al culmine di questo rutilante carosello goldoniano, dimenticando per un giorno gli aspri contrasti con la propria odiata e amata città natale, mercoledì 8 maggio 1963 Baseggio celebra ufficialmente i suoi cinquant’anni di teatro nel cuore stesso della sua Venezia, alla Fenice. Per mettere a tacere ogni polemica presenzia alla cerimonia il primo inquilino di Ca’ Farsetti, Giovanni Favaretto Fisca, che, nelle sue vesti di Sindaco, porge al capocomico un significativo “calumet” della pace: l’osella d’oro «simbolo della riconoscenza della città di Goldoni» verso uno dei suoi figli diletti (Vice, Alla Fenice nozze d’oro di Baseggio con il teatro,  «Il Gazzettino», 9 maggio 1963). Affiancato da Gusso, dalla Benedetti, da Barpi, da Ravasini e da Moser – ormai riconosciuti come la sua più stretta famiglia teatrale superstite – insieme a Emilio Rossetto e Luigi Cominotto, sul maggior palcoscenico della laguna Cesco dà vita ad un recital il cui programma è una sorta di autorevole autoritratto artistico consegnato dall’attore a pubblico e critica: nel corso della serata Baseggio interpreta uno screziato canzoniere che – ricomponendo un suggestivo album di ricordi di un’intera carriera in cui precipitano passato e presente, tradizione e novità – allinea sequenze tratte da Shylock, da Tramonto, dal Todero e dal Bugiardo, dal Parlamento, dal Prete rosso e dal Recluso volontario. Lo pseudoshakespeare del Mercante di Venezia e Simoni, Goldoni e Ruzante, Maffioli e Guido Podrecca: l’intero repertorio di Baseggio, nei suoi diversi capitoli, è miniato in una silloge tanto briosa quanto nostalgica. In clima di omaggi ufficiali nel 1963 Cesco è pure insignito del Premio Saint-Vincent per la sua interpretazione de Il prete rosso.

A pubblico suggello del suo mezzo secolo di vita in scena, nel maggio del ’63 Cesco dà alle stampe sul «Gazzettino» le sue memorie artistiche: un lungo articolo giornalistico in due puntate, di cui già si sono citati ampi stralci, uscito nei giorni 8 e 9. Al termine di una ricostruzione un po’ guascona, e spesso incline all’autoagiografia, l’epilogo del brillante excursus – ulteriore autoritratto in maschera quasi oraziana – ci regala una toccante istantanea di Cesco, in questi primi ruggenti anni Sessanta, forse non del tutto sincera, ma certo, a saper leggere tra le pieghe dei non detti, delle polemiche intinte nel rosolio, delle orgogliose rivendicazioni travestite di modestia, di impressionante verità: «Che mi resta da dire? Eccomi carico delle medaglie d’oro che in occasione delle mie nozze d’oro teatrali, tanti amici ed estimatori mi hanno donato, assieme a tante belle parole affettuose, in serate che non potrò mai dimenticare. Purtroppo la vita teatrale si fa sempre più difficile, e ho l’impressione di essere quasi un personaggio anacronistico con la mia volontà di lavorare e la mia incrollabile fiducia, malgrado tutto. Certo le amarezze non mancano, ma il fatto stesso che io riesca ogni anno a formare compagnia e a condurla onorevolmente in porto, mi dà la conferma della validità delle mie fatiche. Ora desidero anche di più lavorare per quelli che mi hanno seguito per tanti anni, e pur guidandoli sempre, lasciar loro un po’ più la briglia sul collo e maggiori responsabilità. Se finora il teatro veneto ha avuto un personaggio importante, che da solo si è impegnato più di tutti, mi auguro di aver contagiato della mia vocazione senza riserve almeno un piccolo gruppo di comici i quali sappiano raccogliere la mia eredità e continuino le mie grandi fatiche, traendone qualche insegnamento» (Cesco Baseggio, Baseggio: dopo Goldoni l’incontro con il Ruzante, cit.).

 
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