«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > cinema, teatro
NomeCesco
CognomeBaseggio
Data/luogo nascita13 aprile 1897 Treviso
Data/luogo morte22 gennaio 1971 Catania
Nome/i d'arteCesco Baseggio
Altri nomiFrancesco
  
AutoreClaudio Longhi (data inserimento: 07/11/2011)
Cesco Baseggio
 

Sintesi | Formazione| Interpretazioni/Stile| Testo completo

 

Biografia

La verità è che alla fine degli anni Cinquanta ­– mentre, in generale, l’élite intellettuale italiana borghese e progressista per un verso si schiera nelle sue falangi più conservatrici ed istituzionali a favore dei “piccoli teatri” di regia, limitandosi ad accordare ai grandi attori di tradizione omaggi di stima spesso più dovuti che sinceramente sentiti, e per l’altro, nei suoi avamposti più rivoluzionari e alternativi, prende partito a favore degli eversivi alfieri di una scena che sempre più fortemente si vuole e si pensa come “nuova” (nella stagione ’57/’58 Aldo Trionfo inaugura a Genova il teatro-cabaret La borsa di Arlecchino, mentre il 12 ottobre 1959, proprio negli stessi giorni in cui Barcellona si inchina al paron Fortunato di Cesco, Carmelo Bene esordisce al Teatro delle Arti di Roma nel Caligola di Camus, diretto da Alberto Ruggiero, all’orizzonte le fulminanti esperienze della neovanguardia americana) – il pubblico nazional-popolare metropolitano e provinciale, principale serbatoio di spettatori per le compagnie di giro dialettali, si converte in massa all’intrattenimento televisivo. Di impressionante chiaroveggenza, rileggendola oggi, alle soglie dell’era del 3D, la diagnosi impietosa siglata da Carlo Micheluzzi negli anni Sessanta, sulla irresistibile ascesa della televisione nel cuore dell’Italia proletaria e piccolo-borghese del boom (e degli anni a venire): «Chi aveva la forza di lottare contro il video? Avevamo provato ai tempi di Lascia o raddoppia, col bel risultato di ridurci a mettere il televisore in platea le sere di quella trasmissione, per non perdere il pubblico! Casi dovuti alla novità, e sempre accaduti, dicevano i vecchi; difatti mi sovvengo che a Firenze, la prima volta che un circo presentò le foche ammaestrate, i teatri per otto giorni non fecero un soldo! Quella volta lo considerammo appunto: fenomeno di curiosità, ma ora col divertimento in casa, non c’è speranza di salvarci, e quando la gente darà segni di stanchezza, vi sarà la TV a colori, e poi a rilievo, e in seguito altre diavolerie, che manderanno in rovina cinema e teatro» (Carlo Micheluzzi, Sessant’anni di teatro, cit., pp. 152-153).

Sufficientemente cinico e scaltrito per non arroccarsi su posizioni di intransigente idealismo poetico, Baseggio, pratica “bona mare” sopravvissuta a due guerre mondiali, a petto del trionfo di mamma RAI, non esita, come si è visto, a venire a risarcitori patti con il piccolo schermo. Non sono dunque le tournée all’estero, né i rapporti con le scuole, né le geniali disinvolture amministrative a consentire la sopravvivenza di Cesco e del suo ensemble: quel pubblico che perde in platea – e torniamo così alle considerazioni da cui aveva preso le mosse l’indagine sul percorso artistico dell’attore negli anni Cinquanta –, Baseggio lo ritrova puntualmente stipato nei tinelli di mezza penisola a seguire entusiasta le dirette televisive o le riprese da studio dei suoi Goldoni. Sull’onda delle tante apparizioni video inanellate durante il sesto decennio del secolo, tra il ’60 e il ’61 Baseggio recita ancora sul piccolo schermo: El moroso de la nona di Giacinto Gallina (8 gennaio 1960; ruolo Momolo); Le baruffe chiozzotte di Goldoni (26 febbraio 1960; ruolo Padron Fortunato); Quando i pulcini cantano di Arnaldo Boscolo (25 aprile 1960; ruolo avvocato Bruni); Papà Lebonnard di Jean Aicard (23 maggio 1960; ruolo Lebonnard) e Un curioso accidente di Goldoni (2 aprile 1961; ruolo Monsieur Filiberto).

A coronamento della sua indefessa attività artistica, in capo alle quattro stagioni di vita della Goldoniana, nel luglio del 1961 Baseggio è insignito del Premio Simoni, consegnato l’anno precedente a Renzo Ricci. Al giro di boa degli anni Sessanta, le motivazioni del premio, attribuito all’unanimità da una giuria presieduta da Eligio Possenti, sanciscono l’ufficiale riconoscimento dei meriti teatrali, segnatamente goldoniani di Cesco: «Attore di razza, vibrante, completo, capace di calarsi con tutta l’anima nei personaggi e di farli rivivere sulla scena nelle loro nature più diverse, comiche, drammatiche, tragiche, con intelligenza di penetrazione, dovizia di mezzi espressivi e con un senso della misura che è la prima qualità dei grandi attori. La sua umanità, filtrata attraverso una sensibilità pronta e viva, illumina i personaggi da lui interpretati di quella verità superiore che deriva dalla fusione della realtà, con una sua trasposizione nelle sfere dell’arte. Animato sempre dal proposito di tener accesa la fiamma e la gloria del teatro veneziano, che è tanta parte del teatro italiano, ha difeso, difende e fa trionfare alla ribalta le commedie di Goldoni, con ardore di entusiasta, con passione di innamorato, originalità d’intuito, incrollabile fede nell’immortalità del genio goldoniano, che seppe dare agli uomini del suo tempo risonanza universale. Tale suo fervore comunica ai pubblici italiani e alle giovani generazioni studentesche, per le quali egli dà apposite rappresentazioni, felice di far amare Goldoni, di sventolarne il nome come una bandiera e anche di richiamare antiche voci e voci recenti, che hanno dato e danno suono di vittoria al teatro veneto. Fedeltà assoluta al teatro, grande bravura d’attore, tenace devozione alla scena veneziana: questi i meriti di Cesco Baseggio» (F.C., Il “Premio Renato Simoni„ consegnato all’attore veneziano Cesco Baseggio, «Corriere d’Informazione», 10-11 luglio 1961, ma cfr. pure Bert., Cesco Baseggio. Decorato sul campo, «Il Gazzettino», 11 luglio 1961). La consumata sapienza apologetica dei giurati, fin troppo routinière nelle sue callidae iuncturae, non deve, però, trarre in inganno; quell’encomiastico slittamento dal passato prossimo al presente affidato all’energico tricolon «ha difeso, difende e fa trionfare», se letto con attenzione, par quasi la fedele trascrizione di un feroce lapsus di giudizio: a fronte delle bellicose sfide di una neoavanguardia, scalpitante dal desiderio di scendere in campo, agli albori del nuovo decennio la parabola artistica di Cesco Baseggio, già compiuta nelle sue linee portanti, è infatti ormai pronta per essere archiviata tra i preclari exempla della scena nazionale. Con la sua enfasi canonizzante, il peana del Premio Simoni, come sempre accade con gli onori alla carriera, nasconde dunque in sé un melanconico epicedio.

L’ambiguo significato attribuibile all’investimento del Premio Simoni, non certo frutto di scelta calcolata, ma non per questo meno micidiale, appare in tutta la sua sinistra portata se si pone mente con attenzione all’infausta catena di accidenti grandi e piccoli che, a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, funestano la vita di Cesco. A sei anni di distanza dalla moglie, giovedì 21 gennaio 1960, a novantun anni d’età si spegne Arturo, il padre dell’attore. Ma con l’arrivo del nuovo decennio è la salute dello stesso Cesco a dare i primi preoccupanti segni di cedimento. Da decenni fumatore incallito – avvezzo a incenerire quaranta o cinquanta sigarette al giorno, meglio se Turmac –, reduce da Lugano, dopo una crisi iniziata durante una recita a Vicenza e un rapido passaggio all’Ospedale di Merano, alla fine di novembre sempre del ’60 Baseggio viene ricoverato all’Ospedale di Mestre, affidato alle cure di Giovanni Zanotto; per qualche giorno si teme per la sua vita. «Enfisema […] professionale», sostiene lui, «enfisema […] nazionali-esportazione» diagnostica impietoso il medico (R.  Monaco e G. Zanotto, Cesco Baseggio, cit., p. 78). In questo tormentato scorcio di tempo alle tribolazioni personali si intrecciano quelle professionali. Desiderosa di cimentarsi con nuove esperienze professionali, già Elsa Vazzoler, estroversa e talentosa comprimaria di Cesco dai primi anni Cinquanta, con l’approssimarsi del nuovo decennio lascia la compagnia; ma nell’ensemble lo strappo più forte si consuma alla fine del ’61. Dopo una vita di successi e pene consumata sul carro dei comici, provati da una fatica ormai divenuta con gli anni insopportabile, agli albori del nuovo decennio lasciano le scene Carlo Micheluzzi (classe 1886) e Margherita Seglin (1889). Riandando con la memoria agli strapazzi delle ultime stagioni della Goldoniana, tra continui spostamenti e turbolenti matinée, Carlo, associando la consorte al suo commento, annota nelle proprie memorie: «Non era più una vita possibile, e data la nostra età, pensammo di ritirarci alla fine dell’anno teatrale 1961». (Carlo Micheluzzi, Sessant’anni di teatro, cit., p. 153). Dopo quattro stagioni di febbrile attività (ed attivismo), col concludersi dell’anno comico 1960-’61, la nuova Goldoniana di Baseggio chiude i battenti: buona parte degli orgogliosi propositi proclamati dall’indomito capocomico nell’autunno del ’57 sono rimasti tali. Terminato l’ultimo capitolo della piena maturità artistica dell’attore, col sopraggiungere degli anni Sessanta per Cesco si apre il viale del tramonto.

Lungi dal risolversi in un dolente ripiegamento su di sé, nonostante il progressivo venir meno delle energie, l’estrema stagione creativa dell’attore si consuma nel segno di quella vivacità che, sin dai suoi esordi, aveva contrassegnato la militanza teatrale di Cesco. Le ripetute batoste abbattutesi sul suo capo nei primi mesi del nuovo decennio non piegano in effetti la cocciuta volontà del rustego Baseggio: ai nastri di partenza della stagione 1961-1962, non ancora completamente rimessosi in salute, Cesco è pronto a varare una nuova formazione. Partito anche Cavalieri, passato al Teatro Ridotto, e con la nipote Lucia promossa a prim’attrice (in sostituzione della Vazzoler), insieme ai fedelissimi Giorgio Gusso, Walter Ravasini, Willi Moser, Wanda Benedetti e Toni Barpi, tra nomi più o meno noti Baseggio scrittura ora: Enrico Partilora, Franco Micheluzzi, Mario Bardella, Carmela Rossato, Emilio Rossetto, Lidia Cosma, Giancarlo Maestri; regista ormai stabile del gruppo è Carlo Lodovici. Pure in questa nuova tappa della sua avventura artistica, dai Rusteghi al Todero brontolon, passando per La locandiera, le commedie goldoniane continuano ad essere l’asse portante del cartellone progettato da Baseggio, anche se – in linea con le note propensioni dell’irrequieto capocomico – nel repertorio della sua Compagnia Veneta (talvolta ancora La Goldoniana) non mancano, naturalmente le novità. In eccentrica variazione rispetto al canone talare che gli è ormai caro, il maggiore successo della stagione ’61-’62, da annoverarsi anche tra gli ultimi cavalli di battaglia di Baseggio, è proprio una primizia: Il prete rosso, un convenzionalissimo mélo in costume ispirato alla vita di Vivaldi che, dopo i fasti di Papa Sarto, Maffioli, per l’appunto, cuce addosso al grande attore. La sera di San Valentino del 1962, nella sala a pianta centrale del Sant’Erasmo di Milano, teatro del debutto, vestendo i panni di Vivaldi, omaggio “in limine” alla sua prima vocazione di violinista, Baseggio va incontro ad un piccolo trionfo. Dando educato sfogo al proprio livore di drammaturgo ingiustamente negletto e, ad un tempo, facendosi interprete della comprensibile insofferenza del critico-intellettuale avveduto di fronte alle facili scelte commerciali di un grande interprete da cui si pretenderebbe di più, sulle pagine della «Notte» scrive Palmieri: «In conclusione, i tre atti semplicissimi si riducono a un pretesto per la recitazione di Cesco Baseggio. Naturalmente il Baseggio, nell’impersonare un Vivaldi così eloquente, in parte lepido e in grande parte patetico, mette in bellissima mostra i ferri romantici del suo eccellente mestiere: la qualcosa gli permette d’ottenere degli effettismi queruli addirittura entusiasmanti» (E. Ferdinando Palmieri, L’avventura di Vivaldi, «La Notte», 15 febbraio 1962). L’acidulo riconoscimento della grandezza del comico di vaglia, concesso obtorto collo da Palmieri, si scioglie in ditirambo nelle recensioni dei colleghi. Eligio Possenti, sulle colonne del «Corriere della Sera», commenta: «Quanti applausi s’è meritato, ieri sera, Cesco Baseggio! Con quale abilità d’attore ed estro d’artista ha saputo suscitare commozione e ammirazione! Misura, intensità, verità si sono alternate e fuse nella interpretazione del protagonista. La grande tradizione e il gusto della modernità danno a questo attore veneto una duttilità, una freschezza, una comunicativa nel dolore e nella gioia, nei momenti patetici e in quelli comici da offire al pubblico oltre che la pienezza del personaggio il piacere di godere di una tecnica di recitazione che minia i particolari senza danneggiare l’insieme, il blocco della figura» (e. p., Il prete rosso, «Corriere della Sera», 15 febbraio 1962). E, a rincalzo, scrive Terron per il «Corriere Lombardo»: «Cos’è stato, creature, ieri sera, Cesco Baseggio! Andate a sentirlo. Sarà merito della pista del Sant’Erasmo che, immettendolo, per così dire, in mezzo agli spettatori, dà modo di percepire tutte le sfumature, i trasalimenti, le impercettibili violazioni di quella sua arte spoglia e pura, giunta alla nudità dell’espressione, in giusto equilibrio fra la verità umana e la sapienza del palcoscenico, ma non l’avevo mai udito recitare così» (Carlo Terron, Per grande Vivaldi grandissimo Baseggio,  «Corriere Lombardo», 15 febbraio 1962).

 
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