«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > cinema, teatro
NomeCesco
CognomeBaseggio
Data/luogo nascita13 aprile 1897 Treviso
Data/luogo morte22 gennaio 1971 Catania
Nome/i d'arteCesco Baseggio
Altri nomiFrancesco
  
AutoreClaudio Longhi (data inserimento: 07/11/2011)
Cesco Baseggio
 

Sintesi | Formazione| Interpretazioni/Stile| Testo completo

 

Biografia

Polemiche a parte, il successo del Bilora è amplificato alla Biennale dell’anno successivo dal trionfo de Il reduce ovvero Parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo, regia in questo caso dello stesso Baseggio, presentato in Campo San Trovaso il 27 luglio 1950 in dittico con il Saltuzza di Andrea Calmo, di cui Cesco cura la regia e dice il prologo. Davanti al Ruzante di Cesco, che recupera per altra e ben più violenta e fisiologica via la statura grottescamente tragica di Shylock, così il cattolico d’Amico: «Baseggio col breve atto intitolato il Reduce, ovvero Parlamento de Ruzante che jera vegnù da campo, ha dato letteralmente corpo e anima alla grottesca e disperata figura dello sciagurato villano […]. Corpo e anima, abbiamo detto: ché veramente il crudelissimo umorismo di questo quadro è, insieme, avvilimento d’un’umanità angosciata nel fisico come nello spirito: e in ambedue gli aspetti Cesco Baseggio ha profuso a meraviglia tutte le risorse delle sue sceniche virtù. Il pubblico l’ha applaudito con entusiasmo. E noi a quegli applausi ci siamo associati» (s. d’a., Ruzzante e Calmo con Baseggio, in Id., Cronache 1914/1955, a cura di Alessandro d’Amico e Lina Vito, vol. V, t. II, 1949-1952, Palermo, Edizioni Novecento, 2005, pp. 398-400; articolo già apparso in «Il Tempo», 31 luglio 1950). Proprio nel 1950 per le due interpretazioni di Bilora e del Reduce Baseggio si aggiudica il premio San Genesio. Una settimana prima del debutto del Reduce, il 20 luglio, sempre in Campo San Trovaso e sempre nell’ambito della Biennale, Baseggio aveva però riscosso un altro grande successo personale nella già ricordata Putta onorata. L’occasione è memorabile perché regista dello spettacolo è in quel caso Giorgio Strehler. Siamo alla prima ed ultima occasione di collaborazione tra i due: da una parte il padre del Piccolo Teatro, triestino, al suo secondo incontro con Goldoni dopo l’Arlecchino servitore di due padroni del luglio 1947, astro della regia critica italiana e sua incarnazione in una delle sue manifestazioni più radicali, destinato a stabilire nel tempo un rapporto privilegiato col teatro di Goldoni; dall’altra parte Cesco, depositario della tradizione teatrale dialettale veneta e in particolare custode veneziano dell’eredità di Goldoni, capocomico convinto sostenitore della centralità dell’attore nell’esperienza scenica, già fiancheggiatore della regia italiana in statu nascendi, ma disposto a confrontarsi solo con una regia “leggera” e aperta al dialogo con l’interprete. Palmieri, spietato re-censore, non sempre tenero con Cesco, per la Putta onorata boccia Strehler e plaude a Baseggio: «Forse Goldoni è un segreto del quale non tutti possiedono la chiave», scrive il critico discorrendo della regia e aggiunge: «Non ha inteso lo Strehler nè la potente novità di certe figure, nè l’ardire di certi episodi»; mentre poco oltre, a proposito di Cesco, annota: «Il Baseggio ha espresso Pantalone con la consueta prepotente bravura, con quegli accenti diretti e cordiali che varcano subito le ribalte vere e immaginarie. Non è un attore, è un’invasione» (Eugenio Ferdinando Palmieri, Goldoni e un regista deluso, in Id, Del teatro in dialetto. Saggi e cronache, a cura di G. A. Cibotto, Venezia, Edizioni del Ruzante, 1976, pp. 299-301; articolo già apparso in «Il Tempo di Milano», 21 luglio 1950).

E con La putta onorata e il Reduce, quando la sofferta stagione della ricostruzione comincia a volgere al suo termine, siamo così arrivati all’inizio degli anni Cinquanta: i mitici anni del boom economico consacrato dalla liturgia di Carosello; i mitici anni di un’Italia ancora tutta bucolico-georgica, illuminata da stuoli di “lucciole” e innamorata della Vecchia fattoria, ma che progetta le scampagnate “fuori porta” in Cinquecento; i mitici anni che, secondo Pasolini (e Ragazzi di vita è tra i libri letti da Cesco), traducono il «fascismo fascita» in «fascismo democristiano» (Pier Paolo Pasolini, 1° febbraio 1975. L’articolo delle lucciole [1975], in Id., Scritti corsari, Milano, Garzanti, 19956, collana «Gli Elefanti», p. 128, articolo già apparso in «Corriere della Sera», 1 febbraio 1975); i mitici anni della bellicosissima pace della Guerra Fredda; i mitici anni, infine, a ripercorrerli sul versante della scena, che a Milano si entusiasmano coi Gobbi alla rivista satirica o – in pieno trionfo della regia critica – fanno conoscenza col teatro del “povero B.B.”, mentre, a Genova, alla Borsa di Arlecchino, sperimentano il “nuovo” indiscreto fascino dell’off. All’interno del percorso artistico di Baseggio, come per il resto della nazione, lo snodo del decennio non corrisponde a una scansione meramente, e funzionalmente, cronologica, ma segna un effettivo cambio di marcia. Sullo sfondo di un paese che a fatica – e in cospicuo ritardo rispetto al resto dell’Europa – si confronta coi processi di modernizzazione e massificazione, proprio in concomitanza con l’avvio degli anni Cinquanta Cesco, consolidando credito e reputazione conquistati sul campo nel corso dei decenni precedenti anche in virtù della sua straordinaria “capacità di presa” immediata e naturale sugli spettatori e soprattutto facendo leva sulla sua nomea di istituzione goldoniana vivente, apre infatti un nuovo capitolo della sua carriera intraprendendo una marcia – che risulterà presto trionfale – alla conquista della “scena” tecnologica e massmediatica. Non solo Cuori senza frontiere e il Vedovo allegro segnano, giustappunto nel 1950, la ripresa dei commerci di Baseggio col grande schermo dopo circa quattro anni di esilio dai set, ma l’avvio del nuovo decennio corrisponde pure al lancio della carriera radiofonica e televisiva dell’attore, una carriera di star del virtuale – si badi – per lo più tutta compresa entro il perimetro – o forse meglio le quinte – del teatro in radio e TV. Sabato 11 marzo 1950, insieme, tra gli altri, a Toti Dal Monte, Marina Dolfin, Wanda Benedetti, Léony Leon Bert e Giorgio Gusso, Baseggio registra per la radio La buona madre – la commedia sarà mandata in onda alla fine del mese successivo, il 4 marzo 1950. Il 12 aprile del 1953, invece, presso gli studi di Milano, la TV sperimentale realizza I Rusteghi per la regia televisiva di Franco Enriquez, il cast è quello della compagnia veneta di Cesco Baseggio. Poco meno di due anni dopo, superati gli steccati della sperimentalità, il 25 marzo 1955, il Programma Nazionale trasmette dal vivo, dagli studi RAI di Roma, I recini da festa di Riccardo Selvatico. La regia è di Guglielmo Morandi, Cesco interpreta il personaggio di Pasqual.

Le tre trasmissioni appena ricordate tracciano ab origine un chiaro profilo del lavoro di Baseggio in radio e TV. Come risulta dal loro sistematico censimento, replicando abbastanza fedelmente in scala tecnologicamente evoluta uno a uno la geografia del repertorio teatrale dell’attore, perlomeno per come questo si è venuto canonizzando negli anni del secondo dopoguerra, le performance radiofoniche e televisive di Cesco – quasi sempre legate, come già si è anticipato, alla sfera delle trasposizioni mediatiche della messa in scena teatrale, secondo una prassi ampiamente battuta dalla produzione radiotelevisiva italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, e per quel che concerne il piccolo schermo, con larga preferenza accordata alle riprese in teatro più che da studio – insistono, per lo più, sulla riproposizione dei classici del teatro veneto ottocentesco e contemporaneo e, soprattutto, sulla messa a punto di una sorta di opera omnia goldoniana, capace di coniugare l’istanza educativo-formativa sottesa alle politiche culturali della radiotelevisione di Stato di quel periodo alla naturale vocazione nazional-popolare e di intrattenimento dei due mezzi di comunicazione di massa. Più ardua la ricollocazione in radio e TV dell’ultimogenito dell’estro creativo di Cesco: l’eversivo Ruzante. Negli anni dell’incontrastata dittatura DC sul sistema delle radiotelecomunicazioni, le disavventure del pericoloso contadino padovano approdano ai programmi radio, ma non ottengono il visto per il piccolo schermo.

Nel corso degli anni Cinquanta, dopo La buona madre, Baseggio, alternando alcuni suoi antichi amori a copioni meno frequentati, registra in radio altre quindici commedie di Goldoni: I pettegolezzi delle donne (1951, ruolo Pantalone), La casa nova (1951), Il teatro comico (1952), Sior Todero brontolon (1952, Sior Todero), Le baruffe chiozzotte (1952, Padron Fortunato), Momolo cortesan (1952), La serva amorosa (1952, Pantalone), Le donne gelose (1952), La bancarotta (1952), I due pantaloni (1952), La putta onorata (1952, Pantalone), I rusteghi (1953, Lunardo), Il burbero benefico (1954, Geronte), Il campiello (1954, Donna Cate) e La famiglia dell’antiquario (1956, Pantalone). A questa ricca antologia goldoniana, nello stesso arco di tempo Cesco affianca in radio: nel novembre ’50 la registrazione di Tramonto (conte Cesare) – risultato del successo finalmente ottenuto all’Excelsior di Milano nel settembre precedente con lo sfortunato testo di Simoni, fino a quel momento mai giustamente apprezzato da pubblico e critica –; nel settembre ’52 quella de La famegia del santolo, occasione per riproporre via etere uno dei suoi cavalli di battaglia, ossia il Micel di Giacinto Gallina e nel marzo ’55 quella del capolavoro di Rocca Se no i xe mati, no li volemo (Momi Tamberlan). Già il 29 luglio del ’50 – dunque all’indomani del debutto dell’opera di Ruzante in Campo San Trovaso – Baseggio registra invece per la radio il Parlamento de Ruzante che iera vegnù de campo, la commedia sarà trasmessa nell’ottobre successivo. A completare il regesto dei lavori in radio di Cesco degli anni Cinquanta va infine ricordata la sua isolata sortita radiofonica in territori extrateatrali rappresentata dalla partecipazione alle 4 puntate dell’originale Don Chisciotte diretto da Nino Meloni, registrato nell’ottobre ’56 e messo in onda a un anno di distanza. A fianco del Don Chisciotte di Arnoldo Foà, Baseggio recita in quell’occasione Sancho Panza.

Con le due uniche eccezioni della clamorosa assenza sia delle creazioni ruzantiane che delle incursioni nel dominio degli “originali” privi di un diretto legame con la scena (coppia di possibilità performative che anche sul versante della radio contano peraltro una sola attestazione ciascuna), al di là dei molti anfratti di assoluta sovrapponibilità, rispetto al repertorio radiofonico degli anni Cinquanta il coevo repertorio televisivo di Cesco presenta un assetto più o meno analogo, presentando soltanto una minor preponderanza della pur maggioritaria quota goldoniana a vantaggio di una più ingente presenza delle drammaturgie dialettali venete “contemporanee”. Dopo I rusteghi e I recini da festa, per tutti gli anni Cinquanta, la televisione di Stato, in comoda ed istituzionalissima estraneità al sempre più sparuto catalogo delle “novità” venete, trova dunque in Baseggio l’interprete ideale degli evergreen del teatro lagunare tra Otto e Nocento, oltre che la più vivace incarnazione del verbo goldoniano, ad uso di una dilettevole (e profittevole) educazione degli italiani al patrio buon senso, non ostile – in ragione della sua ludica e vitale “classicità” – al dialetto dell’avvocato. Il catalogo delle trasmissioni parla chiaro. Ripercorrendo i palinsesti TV del Programma Nazionale nel sesto decennio del secolo corso, tra riprese in studio e dirette dai teatri, Baseggio risulta impegnato nella versione televisiva di un copione veneto ottocentesco (Il matrimonio di Ludro di Francesco Augusto Bon, 1956, ruolo Ludro), di sei commedie di autori veneti “contemporanei (dopo il già ricordato Recini da festa del ’55 seguono: Congedo di Renato Simoni, 1955, avvocato Benigno Gugole; L’imbriago de Sesto di Gino Rocca, 1957, avvocato Toni Springariol; Se no i xe mati, no li volemo di Gino Rocca, 1958, Momi Tamberlan; Tramonto di Renato Simoni, 1958, conte Cesare e Scandalo sotto la luna di Palmieri, 1959, Almorò) nonché di ben nove opere di Goldoni. In particolare, nel solco aperto dalla pionieristica registrazione sperimentale dei Rusteghi del ’53, durante gli anni Cinquanta Cesco porta sul piccolo schermo: il paron Fortunato de Le baruffe chiozzotte (1955), il Pantalone de La cameriera brillante (1956); il sior Todero di Sior Todero brontolon (1957); il Pantalone de Il bugiardo (1957); il Geronte de Il burbero benefico (1957); ancora il Lunardo di una nuova versione de I rusteghi (1958); il Pantalone de Il geloso avaro (1958) ed infine il Gasparo di Chi la fa l’aspetti ossia I chiassetti del Carneval (1959). Siamo alle prime attestazioni di una fortuna televisiva – soprattutto targata Goldoni – che farà di Cesco uno degli attori del piccolo schermo più amati dalle famiglie italiane degli anni Sessanta.

 
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