«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > cinema, teatro
NomeCesco
CognomeBaseggio
Data/luogo nascita13 aprile 1897 Treviso
Data/luogo morte22 gennaio 1971 Catania
Nome/i d'arteCesco Baseggio
Altri nomiFrancesco
  
AutoreClaudio Longhi (data inserimento: 07/11/2011)
Cesco Baseggio
 

Sintesi | Formazione| Interpretazioni/Stile| Testo completo

 

Biografia

Ragazzo pieno di vita e desideroso di affermarsi, Cesco non limita però il suo noviziato teatrale alla sola badia di Giachetti e, negli stessi mesi in cui viene approfondendo i propri commerci con l’“avvocato”, milita anche in altre formazioni di taglio dialettale quali la Brizzi-Corazza e la compagnia di Vittorio Bratti. Proprio Bratti, anzi, con la sua recitazione affabile e la sua capacità di instaurare immediatamente un franco dialogo con il pubblico, è probabilmente, dopo Giachetti, l’attore che ha esercitato la più forte influenza diretta sulla formazione di Cesco. Ed è in un’esibizione al fianco di Bratti che Baseggio viene applaudito dal giovanissimo Eugenio Ferdinando Palmieri. Siamo alla Pasqua del 1916, Palmieri – vicentino, destinato a diventare uno stimato critico teatrale oltre che poeta e commediografo, una vera auctoritas nell’ambito del teatro veneto, amico-nemico di Cesco, cui lo legherà negli anni un rapporto sofferto, fatto di ammirazione e riprovazione, in cui le lucide ragioni del critico si intrecceranno indissolubilmente alle passioni del drammaturgo – ha appena tredici anni e l’immagine del giovane attore, di poco maggiore di lui e già incontrato tra i filodrammatici di Giachetti, si imprime indelebile nel libro della sua memoria. Al principio degli anni Quaranta, rievocando quel suo incontro con Baseggio in una delle sue capricciose stroncature per «Film» (il settimanale di Mino Doletti), a firma Tabarrino, con poche pennellate Palmieri ci consegna un ritratto icastico del giovane comico ai suoi esordi: «Ritrovo Baseggio dentro la mia adolescenza. La mia adolescenza è in loggione, con i suoi sogni casti e inquieti, e Baseggio è là, sul palcoscenico, in una commedia di A.P. Berton. E’ la Pasqua del 1916, in una cittadina veneta dove la primavera arriva troppo tardi: ha bisogno di farsi largo, la primavera, tra le nebbie fitte e spinose che vengono su dai fiumi a un tiro di schioppo. C’è la guerra, e il pubblico è scarso. Baseggio […] è un ragazzo smilzo e biondo, con i piedi a spatola. Butta avanti i piedi, di qua, di là, prodigalmente: come sempre, non bada a spese. E’ attore nella Compagnia veneziana di Vittorio Bratti: una esile compagnia che va per i teatrini della provincia con un vecchio domestico repertorio, da Selvatico a Pilotto, da Paoletti a Berton. (Autori ignoti, adesso; ma allora…)» (Tabarrino,  Stroncature, 64. Cesco Baseggio, «Film», IV, 25 ottobre 1941, n. 43, p. 3).

Una rapida rassegna dei personaggi che Baseggio si trova a interpretare sin dai suoi primi cimenti teatrali, getta immediatamente luce sul ruolo che l’attore, nell’ambito della tradizionale compagine delle compagnie capocomicali italiane di primo Novecento, in particolare di area lagunare, si prepara ad assumere stabilmente. Cesco, nel fiore della sua adolescenza, è il settantenne Marco nella Chitarra del papa o il mametto Felippetto nei Rusteghi e poi ancora il vecchio conte Ottavio, nella Serva amorosa…: arieggiando quello che sul più vasto orizzonte nazionale parrebbe un profilo alla Novelli, Baseggio, nell’ambito di un repertorio rigorosamente veneto e a inevitabile dominante goldoniana, sull’ampio registro del promiscuo, mostra una chiara vocazione a farsi caratterista, con attitudine tutta particolare – secondo il più canonico profilo del ruolo – al precoce invecchiamento di sé. E in una drammaturgia come quella veneta tutta appannaggio di vegliardi di ambo i sessi, mami ed ingenue, è questa una disposizione che assegna all’attore di vaglia la possibilità di giocare una funzione preminente negli organici in cui di volta in volta va ad inserirsi.

Mentre Cesco vive le sue prime entusiasmanti avventure teatrali, le piccole-grandi tribolazioni quotidiane si impastano per lui con le tragedie della storia. Se a metà degli anni Dieci sulle scene amatoriali o semi professionistiche di tradizione veneta Baseggio viene raccogliendo con soddisfazione i primi consensi, d’altra parte in quello stesso torno di tempo egli è pure chiamato a fare i conti con la necessità di mantenersi. Al solito le gratificazioni dell’arte non sfamano e per permettersi il lusso dell’impegno nelle filodrammatiche, solo modestamente e saltuariamente retribuito, Cesco è costretto a cercarsi un lavoro. In questo primo scorcio della sua esistenza, Giachetti continua ad essere una presenza risolutiva per Baseggio anche fuori dal palcoscenico: figlio di un ispettore capo delle ferrovie, l’“avvocato”, complice il padre, fa assumere Cesco come aiutante applicato avventizio presso l’amministrazione ferroviaria. Nel frattempo, però, sul piano internazionale gli eventi, come si è visto, precipitano: il 24 maggio del 1915 l’Italia dichiara guerra all’Austria-Ungheria; al principio dell’estate del ’16 Baseggio è dichiarato abile arruolato e in settembre è chiamato alle armi.

La lunga notte del primo conflitto mondiale con il suo assurdo bagno di sangue non spegne la passione teatrale di Cesco. Non solo, fino alla leva, continuano isolate recite per i teatrini del Veneto, ma Baseggio si ingegna pure a declinare in chiave “civile” i suoi talenti. «Frattanto era scoppiata la grande guerra – ricorda – e io, nell’ambito del mio nuovo impiego, collaboravo a un “Centro di raccolta lana per il soldato” declamando, due volte per settimana, dinanzi a un pubblico pagante, le liriche patriottiche che in quella stagione di acceso patriottismo i maggiori poeti andavano pubblicando sui vari quotidiani. Per lo più erano poesie di D’Annunzio, che mi entusiasmavano e che imparavo a memoria in brevissimo tempo. Allora affrontai lo sforzo mnemonico più grande di tutta la mia vita; un giorno imparai in tre ore i 340 versi della “Preghiera dei cittadini” di D’Annunzio. Apparsa sul “Corriere della Sera”, nel pomeriggio fui in grado di declamarla dinanzi a quello che era ormai diventato il mio pubblico fedele» (Cesco Baseggio, Baseggio rievoca per noi mezzo secolo di vita teatrale, cit.).

Allo scoccare dei suoi vent’anni Cesco entra nel genio ferrovieri e si accinge ad operare in zona di guerra. Seguono mesi sui quali è difficile far luce; gli stessi ricordi autobiografici dell’attore, affidati a svariate interviste, nelle loro troppo scoperte cadenze epiche paiono scarsamente attendibili. Quel che è certo è che all’inizio dell’inverno del ’18 Cesco è comandato sul fronte albanese, ma a quell’altezza cronologica la guerra sta ormai volgendo al termine. Il 3 novembre dello stesso anno viene firmato l’armistizio di Villa Giusti: l’Impero austro-ungarico dichiara la resa. In attesa del congedo Baseggio si ritrova, sul suolo albanese, «direttore di alcune compagnie che allestivano spettacoli per i “Teatri del soldato”» (ibidem). Anche i contorni storici di questo episodio sprofondano nella nebbia dei “si dice”, ma come ogni mito pure questo leggendario aneddoto, tradito quasi esclusivamente per via diretta e indiretta dall’arte affabulatoria di Cesco, custodisce forse un nocciolo di impenetrabile verità: una verità privatissima legata sia all’eredità di traumi che i mesi trascorsi sotto l’esercito tatuano nella carne e nella psiche del Baseggio-uomo, sia all’irrobustirsi del mestiere del Baseggio-attore sul filo di una teatralità “d’assalto”, figlia di una scena rudimentale, equivoca e più che mai “popolare”. Emblematico, e inquietante, il bozzetto tratteggiato su questo soggetto da Giuseppe Bevilacqua, con ogni evidenza frutto di racconti baseggiani, in un articolo elogiativo del ’27, quando è ormai in atto – e il titolo “edificante” Miserie e glorie di una rivelazione lo rivela alla lettera – la consacrazione canonizzante di Baseggio. Sotto la rubrica Ermafroditismo albanese leggiamo: «La fine della guerra lo sorprese in Albania. Passare il mare e tornare a Venezia col pacco vestiario? Non lo lusingava: restò a Vallone dove in pochi mesi divenne il direttore generale – nientemeno! – di tutti i teatri albanesi, da Tirana a Santi Quaranta. Un direttore che in verità non dirigeva stabilmente che se stesso, perchè gli attori li racimolava paese per paese, li improvvisava tra i pastori o i carrettieri inscenando le tragedie più alate, la Francesca da Rimini o l’Amor dei tre Re. Baseggio si riserbava giustamente le parti più difficili ch’eran quelle di donna. Infatti, come direttore, le autorità albanesi lo avevano fornito di un corredo muliebre. Quello di cambiare sesso fu il tribolo maggiore della sua vita» (Giuseppe Bevilacqua, Miserie e glorie di una rivelazione, «Il Resto del Carlino», 8 luglio 1927).

 
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