«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > cinema, teatro
NomeCesco
CognomeBaseggio
Data/luogo nascita13 aprile 1897 Treviso
Data/luogo morte22 gennaio 1971 Catania
Nome/i d'arteCesco Baseggio
Altri nomiFrancesco
  
AutoreClaudio Longhi (data inserimento: 07/11/2011)
Cesco Baseggio
 

Sintesi | Formazione| Interpretazioni/Stile| Testo completo

 

Biografia

Seguendo l’esempio hitleriano, il 10 giugno 1940, dopo un illusorio anno di non belligeranza, Mussolini dichiara guerra alla Francia e all’Inghilterra: anche l’Italia entra dunque ufficialmente nell’assurdo vortice del secondo conflitto mondiale. Tenacemente fedele alla sua sapienza tradizionale del mestiere, Cesco, come si è detto, affronta i tempi incerti dell’avventura bellica ridandosi al capocomicato; furbo imprenditore di sé, oltretutto già rotto alle trappole della guerra, per mettersi al riparo dai rischi, Baseggio, però, con sano senso pratico, lungi dall’accontentarsi dell’appagamento cercato sui sentieri dell’arte, si premura cinicamente di mantenere spalancato il portone del cinema commerciale. Proprio il grande schermo, diventa anzi in quei mesi la sua principale attività – e, conseguentemente, la sua principale fonte di redditi. Non si dimentichi che nel corso del 1939, l’anno in cui lampeggia il primo fulmine di guerra, in Italia si aprono duecentotrentanove nuove sale cinematografiche e che tra l’altro, proprio a quei mesi, risale l’ascesa di Venezia a vicecapitale del cinema italiano. Nel 1939 la casa di produzione Scalera decide di girare a Venezia tutti gli esterni della Vedova – film per certi aspetti emblema della carriera cinematografica di Baseggio, dal momento che nella pellicola, tratta dall’omonimo dramma di Simoni, Cesco, confinato nel ruolo di Anselmo, è costretto a cedere a Ruggero Ruggeri la parte di Alessandro che egli è invece solito recitare in teatro. L’anno successivo sempre la Scalera, decide un cospicuo investimento in laguna e acquista terreni in Giudecca: siamo all’atto di nascita di una nuova possibile Cinecittà. È Cesco stesso a sintetizzare così la sua carriera agli albori del quinto decennio del secolo: «Nei primi anni della guerra alternai gli impegni cinematografici (e i guadagni maggiori li ebbi proprio con film di cassetta, quasi insignificanti) a qualche breve stagione teatrale, imperniata sul consueto repertorio per lo più goldoniano» (ibidem).

Nella precaria congiuntura socio-economica dei primi anni Quaranta, le imprese teatrali hanno naturalmente vita grama e breve e Cesco si trova a dover battere più possibilità. Nella stagione ’39-’40 Baseggio è a due riprese in cartellone al Goldoni: in inverno e a primavera. A gennaio è a capo di una troupe che raccoglie la Leon Bert, Andreina Carli, Maria Teresa Zago, Paola Nori, Diodà e l’ormai fedelissimo Lodovici, mentre a Pasqua il suo nome è legato a Cesira Zago, Braga e Ortolani. Nelle stagioni successive brusco cambio di rotta: Cesco entra nella Compagnia del Teatro Comico Musicale di Carlo Veneziani – insieme ad Andreina Carli e al solito Carlo Lodovici. Col sopraggiungere delle canicole estive del ’41, nel frattempo, come era facilmente prevedibile, in occasione del nuovo Festival Internazionale del Teatro (durante l’estate del ’40 la delicata situazione politica dell’Italia aveva persuaso la direzione della Biennale a far saltare la rassegna) Cesco era tornato a svettare tra i primi nomi delle locandine degli spettacoli in programma. Mentre Baseggio sperimenta nuove soluzioni, gli scenari teatrali evolvono – e, purtroppo, la storia incalza. Nonostante la guerra assorba buona parte delle energie e dell’attenzione del governo, in questo primo scorcio degli anni Quaranta il Regime non allenta il suo controllo sul teatro, anzi! A partire dalla stagione ’41-’42 l’epurazione dialettale fascista va incontro a una nuova recrudescenza – sempre coi noti e contradditori distinguo teatrali che nel settembre ’42 porteranno, per esempio, i burocrati del Ministero a concedere inopinati salvacondotti ai De Filippo così come (nel rispetto della par condicio geografica) ad accordare analoghi condoni alla ditta Micheluzzi, forse anche in ragione del buon servizio che, in quei tristi tempi, le due compagnie stavano rendendo alla nazione col loro impegno a tenere alto il morale degli italiani. E ancora, nel marzo 1942, viene costituito l’Ente Teatrale Italiano per la Cultura Popolare, con lo scopo di promuovere l’incremento delle attività teatrali e di pubblico spettacolo nel quadro delle direttive di Regime. Con l’estate del ’43 si arriva, però, al nuovo tragico giro di vite della cronaca bellica: l’arresto di Mussolini prima, e poi l’armistizio, il ritorno del Duce, la Repubblica Sociale Italiana…: l’Italia è ormai in piena guerra civile. Eppure, nonostante la penisola sia ridotta a campo di battaglia, i teatri continuano a funzionare: a cavallo tra la primavera e l’estate del ’44, tra l’Odeon di Milano e il Goldoni di Venezia, ritroviamo Baseggio in ditta con Laura Carli – esordiente nel ’32 con Renzo Ricci e prossima in quei giorni al suo lancio di stellina (in realtà mai assurta alla dignità di stella) del cinema nostrano. Militano in questa formazione “mista” pure Andreina Carli e Giorgio Gusso, destinato nel tempo a diventare un fedelissimo di Cesco. I drammatici paradossi di più di cinque anni di teatro in tempo di guerra rivivono in questa rapida annotazione di Micheluzzi: «la radio annunciò la dichiarazione di guerra alla Francia e all’Inghilterra. Una seconda conflagrazione mondiale! Coraggiosamente volemmo continuare a recitare, malgrado gli allarmi che interrompevano lo spettacolo, e i pericoli dei bombardamenti sulle città e… sui treni durante i nostri viaggi!» (Carlo Micheluzzi, Sessant’anni di teatro, cit., p. 130). Nota lessicale a margine del bollettino militare: proprio in questo tormentato torno di tempo, sulle pagine della stampa Cesco comincia ad essere insistentemente designato come “regista” di alcuni suoi spettacoli.

Fatti i dovuti aggiustamenti e le necessarie proporzioni, sull’ormai consolidata tessitura del caratterista promiscuo la mappa del repertorio baseggiano di questi anni è in un certo senso fotografata dal composito dittico che Cesco affronta nella sua partecipazione al Festival Internazionale del Teatro del ’41: Il poeta fanatico di Goldoni – spettacolo debuttato ai Giardini della Biennale il 29 luglio, per la regia di Orazio Costa, in cui Baseggio interpreta il ruolo di Brighella – e I masnadieri di Friedrich Schiller diretto da Guido Salvini – in scena sempre ai Giardini il 31 luglio, allestimento in cui, all’interno di un cast che schiera, tra giovani e meno giovani, alcuni dei nomi di punta della scena “nazionale” di quegli anni, da Renzo Ricci a Salvo Randone, da Memo Benassi a Gianni Santuccio, Cesco è Spiegelberg. Da una parte la tradizione veneta, dunque, dall’altra – ed è questa per Baseggio una sostanziale novità, se si eccettua l’exploit del Mercante di Venezia, peraltro, come sappiamo, debitamente e letteralmente addomesticato da Cesco nel materno idioma – la drammaturgia d’oltralpe – più o meno arrangiata. D’altra parte anche un veneto doc come Cesco deve pure tener conto delle direttive del Ministero. Durante gli anni del secondo conflitto mondiale, di Goldoni Baseggio propone per esempio al suo pubblico La Locandiera (marchese di Forlipopoli) e Il bugiardo (Pantalone) in ditta con la Carli. Come sempre, però, il lavoro su Goldoni stinge nel lavoro sui veneti. Negli anni della guerra, così, Cesco recita anche il Conte Gasparo Bragadin della “novità” di Palmieri Scandalo sotto la luna, o il maresciallo Stevanin di Mustaci de fero di Rocca, anzi di Baffi di ferro, secondo dettato più grato al Regime. Sul fronte della drammaturgia d’oltralpe, invece, nei primi anni Quaranta Baseggio si cimenta con l’Arpagone dell’Avaro di Molière o, mutatis mutandis, su chiave ben più leggera porta in scena La donna nuda di Henry Bataille. Per altro, due anni prima di recitare l’Avaro, nel gennaio 1942 aveva partecipato all’Odeon di Milano ad una messa in scena del Giorgio Dandin da Molière in una riduzione musicale di Carlo Veneziani – e sempre in quei giorni di Carlo Veneziani aveva proposto pure La mammola appassita.

Il 23 settembre 1943 Mussolini, rientrato in Italia, dà vita alla Repubblica Sociale Italiana. Nel nuovo esecutivo l’ex vicesegretario del Partito Fascista, Fernando Mezzasoma, è Ministro della Cultura Popolare; il suo mandato è di dimostrare la forza e la vitalità del nuovo stato fantoccio, fugando ogni sospetto di “crisi” o “sfiducia” nei confronti della neonata repubblica e distraendo gli italiani da un serio dibattito sullo stato del paese. In questa prospettiva, un ruolo cruciale nelle strategie di politica culturale della RSI è da subito rivestito dal cinema. Cinecittà, pesantemente danneggiata dalle incursione aeree delle truppe alleate, è off limits. Venezia, sede degli stabilimenti della Cines ai Giardini e della Scalera alla Giudecca, è il set ideale per il rilancio del cinema di regime. Nell’autunno ’43 viene diramato l’appello a tutte le superstiti forze dell’industria del film italiana allo sbando (registi, sceneggiatori, tecnici, attori…) perché convergano in laguna. Cesco, benché non abbia mai fatto troppo mistero delle sue simpatie socialisteggianti, aderisce all’invito. Durante i mesi di Salò, Baseggio tocca l’apice della sua carriera cinematografica. Le parti non sono forse entusiasmanti, ma, in compenso, gli “schei” abbondano. Il comune dittaggio vuole Cesco a quel tempo ricchissimo (di qui la dubbia leggenda della lussuosa magione acquistata ai Parioli e poi persa in una folle notte di poker). Primo Attore della Compagnia del Teatro di Venezia, ospite di rango nelle biennali di Regime, stella di retrovia del Cinevillaggio: allo scoccare della mezzanotte del 31 gennaio ’44, il socialista Cesco ha tutta l’aria di una bonaria caricatura triveneta in scala del mefistofelico Hendrik Höfgen… Ai primi di gennaio del 1945 Baseggio prende parte al ciclo di rappresentazioni programmate dall’ETI alla Fenice chiamando a raccolta tutti i principali rappresentanti della scena veneta. Cesco è il vecchio patrizio veneziano Grimani in Goldoni e le sue sedici commedie nuove (5 gennaio), è Carlo Gozzi nel Carlo Gozzi di Renato Simoni (6 gennaio) ed è infine Giulio ne La famegia del Santolo (12 gennaio; il suo tradizionale ruolo di Micel è in quel caso attribuito a Emilio Baldanello). Ultimi fasti dei sogni di Salò… Il 25 aprile 1945 il CNAIL impartisce l’ordine di insurrezione generale. L’Italia è liberata! Quattro giorni dopo, la nazione si risveglia a Piazzale Loreto.

Come per il resto del paese, anche per il comico Cesco la conclusione della guerra segna naturalmente la fine di una stagione e l’avvio di un nuovo capitolo professionale. Spentisi i riflettori di Regime sulla Cineisola lagunare, Baseggio, nella seconda metà degli anni Quaranta, svaporati i fumi della sbornia cinematografica di Salò, accantona temporaneamente i commerci con il grande schermo (con la sola tribolata eccezione di Il paese senza pace del ’46, quel che resta nel dopoguerra della carriera di Cesco in cinema è di fatto affidato a pellicole degli anni Cinquanta) e si concentra essenzialmente sul teatro. Cavalcando l’irruento – e a tratti drammaticamente scomposto – slancio antidittatoriale delle settimane che seguono la fine del conflitto, venuti meno i veti del Regime, in quella piccola polveriera che è l’Italia nella primavera del ’45, il capocomico Baseggio, con implicito richiamo alle sue note simpatie socialiste e forse anche per allontanare da sé ogni sospetto di collaborazionismo, accingendosi a trasmigrare nel limbo dei “redenti” pone immediatamente mano a testi proibiti dal Fascismo: L’avocato difensor di Mario Morais e El prete garibaldin – ossia Dall’ombra al sol – di Libero Pilotto. Con l’approssimarsi della bella stagione, le recite dei due drammi al Teatro del Popolo di Cà Dolfin trascinano Cesco al centro di una polemica – tutta locale – di matrice chiaramente politica illuminante a proposito dell’assetto che la vita civile dell’Italia sta assumendo in quegli anni e circa le contraddizioni ideologiche in cui il povero Baseggio si dibatte nei mesi ruggenti della “ricostruzione”. A fine giugno 1945, in un corsivo del direttore, il periodico della diocesi di Venezia «La Settimana Religiosa» attacca violentemente Cesco, accusandolo di aver bestemmiato nel corso di una rappresentazione de L’avvocato difensor, di aver permesso che la sua «attrice “giovane”» si esibisse in abiti troppo discinti e, soprattutto, di aver contratto il «tifo… nero», esecrabile patologia “dottrinale” così illustrata dal corsivista: «Intendiamoci bene qui non si parla di spiccate tendenze al filofascismo, ma di altra simpatia, antipaticissima in realtà, reguendo [sic!] la quale egli [Baseggio, n.d.a.] tende a portare sulle scene come maschera burlesca di facile effetto la veste sacra sacerdotale per ottenere immediati e popolareschi successi» (s.a., Il tifo… nero di Cesco Baseggio, in «La Settimana religiosa», XXII, 24 giugno 1945, n. 19, p. 2). La settimana successiva, sulle pagine dello stesso settimanale, mediando tra l’esigenza di protestarsi innocente (frutto di un genuino moto di sdegno così come della necessità di salvare pubblicamente il suo amor proprio) e l’obbligo di chinare la testa, così Baseggio (anche amico personale di Saragat) risponde alla censura cattolica subentrata alla censura fascista: «Sono trent’anni che io recito in tutti i Teatri d’Italia a tutti i pubblici e mai mi sono state rimproverate frasi o parole che potessero offendere non dirò la Religione ma la più elementare educazione e civiltà. […] Nudità? Scollature indecenti!!! No. Andiamo, via, questo è ridicolo addirittura. La terza accusa, soltanto accetto e in parte! Potevo non esumare “Dall’ombra al sol” di Libero Pilotto. Ma se la figura di un Prete non brilla per correttezza e per troppe virtù è tanto bella e simpatica la figura di Don Gaetano che la nostra Religione non può essere per niente intaccata! Comunque è un lavoro vecchio, sorpassato nello spirito e nella forma e lo rimetterò probabilmente a dormire. Questa è la verità e verità assoluta, ma il tifo no! Tifo nero, via!! Auguratevi che tutti i teatri siano morali come il teatro veneziano ed auguratevi anche (lasciatemelo dire senza false modestie) che ogni attore di prosa italiano abbia il rispetto che ho io per la Religione per l’arte e per se stesso» (Cesco Baseggio, Cesco Baseggio risponde, in «La Settimana religiosa», XXII, 1 luglio 1945, n. 20, p. 2). Cronache dall’Italia di Peppone e Don Camillo… e intanto – sul crinale dell’arte – la polemica apre un’importante finestra sul repertorio di Baseggio. In perfetta sintonia con certa drammaturgia veneta incline a portare in scena i servi del Signore ora in chiave agiografica, ora in chiave satirica, già nell’immediato dopoguerra è evidente nel percorso di Cesco la “vocazione” ad affiancare all’interpretazione del ruolo di Pantalone o del rustego, quella del tipo del Sacerdote – virata, a seconda delle stagioni, ora più verso il registro grottesco del caratterista, ora più verso un’istanza beatificante, frutto dell’edulcorazione dell’arte del caratterista realizzata col bonario dolcificante dell’intimismo.

 
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