«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > cinema, teatro
NomeCesco
CognomeBaseggio
Data/luogo nascita13 aprile 1897 Treviso
Data/luogo morte22 gennaio 1971 Catania
Nome/i d'arteCesco Baseggio
Altri nomiFrancesco
  
AutoreClaudio Longhi (data inserimento: 07/11/2011)
Cesco Baseggio
 

Sintesi | Formazione| Interpretazioni/Stile| Testo completo

 

Biografia

Nell’estate del ’27 – conclusasi la gloriosa stagione all’Arcimboldi – Cesco si trova a un crocevia nevralgico della propria carriera. Fatta anche la debita tara critica sui toni al solito programmaticamente enfatici – sia in positivo che in negativo – di una stampa sempre in caccia del sensazionale, i consensi unanimi tributati all’energico caratterista promiscuo appena trentenne dalle due più importanti piazze della penisola potrebbero essere da lui giocati come investitura al ruolo di nuovo arbitro (o duce) del teatro veneto, in altra prospettiva il placet dei recensori romani e milanesi – Simoni in testa a tutti – ottenuto col “travestimento” di Shylock, che è sì commedia in veneziano, ma che solo a prezzo di una certa forzatura può essere ricondotta all’alveo della più schietta drammaturgia dialettale, potrebbe altresì essere giocato dall’attore come passaporto per l’ingresso nei circuiti delle compagnie primarie nazionali. Tra le due alternative Cesco, come l’impostazione data alle stagioni dell’Odescalchi e dell’Arcimboldi lasciava intuire, sceglie senza esitazioni la prima, e – scommettendo sul credito acquisito – prosegue la propria crociera per il teatro lagunare, in acque che, però, si stanno facendo sempre più agitate.

Se il ’27 si chiude ancora con relativa tranquillità tra ritorni a Gallina (Mia fia), commedie in salsa di romanzo (El nobilomo Caligo di Silvio Zambaldi) e drammi storici di sicura presa (Canova di Giuseppe Vittorio Sampieri) – ma, in omaggio alla stima dimostratagli dal critico, nel ’27 entra pure in repertorio Tramonto di Simoni, futuro cavallo di battaglia di Cesco (all’Eden di Milano per l’appunto nel dicembre ’27) –, il 1928 è invece segnato da nuove turbolenze. Come anticipato, i marosi si sollevano allorché entra in vigore la disposizione del Direttorio della Corporazione Nazionale del Teatro e del Cinematografo che sposta la data di inizio dell’anno comico al giorno 1 settembre. Lo scompenso finanziario che la riforma crea nei sempre periclitanti bilanci delle compagnie di giro, rivive – ed è illustrato – nelle memorie di Carlo Micheluzzi, collega-concorrente di Cesco. Dopo aver narrato dell’ansia patita per un malanno del figlio e della felice risoluzione di quell’incidente, riandando con la memoria al 1928 così continua Carlo: «Non» fu «così», però, per le «altre» preoccupazioni «che ci facevano navigare fra gli scogli. Adesso si trattava del cambiamento dell’inizio dell’anno teatrale, spostato dalla quaresima al primo settembre di ogni anno»; da questa variazione conseguiva che i «contratti con gli attori dovevano essere prolungati per altri sei mesi, aggravando per quasi tutti i capocomici una situazione di deficit, suscettibile d’aumento, ma non di diminuzione» (Carlo Micheluzzi, Sessant’anni di teatro, Padova, Rebellato, 1969, p. 115). Col mutare degli scenari produttivi, Baseggio scioglie anzitempo la sua Compagnia Veneziana e – sull’ultimo scorcio dell’interminabile anno comico ’27-’28 –, portandosi appresso gli elementi migliori della sua troupe, assume la direzione artistica della Compagnia di Albertina Bianchini, già prima attrice di Zago, subentrando ad Albano Mezzetti ritiratosi dalle scene. Creata nel ’22 la formazione di Albertina Bianchini è una troupe sostanzialmente legata al circuito del Triveneto. Nel febbraio del 1928, ritroviamo Baseggio al Goldoni di Venezia, al varo della sua nuova collaborazione artistica, impegnato nell’allestimento dello spettacolo commemorativo del dodicesimo anniversario della morte di Benini. Per la solenne serata – che vede straordinariamente aggiungersi all’organico della nuova compagnia pure Amelia Benini (vedova del compianto maestro), Margherita Seglin e Carlo Micheluzzi – si è progettata la messa in scena del dittico galliniano I oci del cuor e Fora del mondo; Baseggio recita nelle due commedie rispettivamente nei ruoli di Nardo e Beneto. Il tandem con la Bianchini ha però breve durata: con l’estate del ’28 la ditta è liquidata. Avvezzo ai repentini cambi di rotta, Cesco non si lascia scomporre e per il nuovo anno comico si prepara a stringere nuove alleanze.

Durante l’estate, nelle stesse settimane in cui al Theater am Schiffbauerdamm Berlino s’inchina al trionfo di Die Dreigroschenoper, mentre Giachetti offre a Micheluzzi la codirezione della propria compagnia, assicurando altresì alla Seglin il ruolo preminente che le compete, Baseggio rispolvera i suoi vecchi rapporti con la Baldanello. A settembre la nuova compagnia Baseggio-Baldanello, in cui militano tra gli altri Lia Favretto, la Dal Fabbro, la D’Arcano, Riccardo Diodà e Dal Cortivo, inaugura la nuova stagione al Goldoni di Venezia. La troupe propone un repertorio già collaudato in laguna (El minueto di Attilio Sarfatti e El moroso de la nona di Giacinto Gallina, I recini da festa di Riccardo Selvatico e Santa rosa di Edoardo Paoletti nonché L’onorevole campodarsego di Libero Pilotto), azzardando una sola novità per i veneziani (L’omo che no capisse gnente di Varagnolo con cui Baseggio si era già affermato a Milano). Per le rispettive serate Cesco e Dora puntano invece l’uno sul Burbero benefico e l’altra su Congedo di Renato Simoni. L’ultima domenica di ottobre, la Giachetti-Micheluzzi è invitata dalla famiglia reale alla tenuta di San Rossore per una rappresentazione privata de Le smanie della villeggiatura; all’onore concesso alla troupe “rivale”, Baseggio e la sua socia rispondono imbarcandosi in novembre in una importante tournée che li conduce in Svizzera, dove Cesco propone Il sor Terenzio, ovvero Anca mi fasso el Nerone di Niccolò De Bellis, con sua riduzione. A dicembre la Baseggio-Baldanello è a Milano (Vustu che te la conta o vustu che te la diga?, interessante novità di Giuseppe Bevilacqua in cui Cesco veste i panni dell’antiquario Memi Scatola e Mirandolina di Giovanni Cenzato), quindi a marzo del ’29 è nuovamente a Venezia, ma questa volta al Rossini (ancora Vustu che te la conta o vustu che te la diga? e la novità di Boscolo Lassa pur che el mondo diga). A bilanciare le frequenti escursioni (legate anche a esigenze di cassetta) nel territorio delle più facili “novità”, si osservi come la presenza di una attrice di chiara fama goldoniana come la Baldandello garantisca una tenace persistenza di Goldoni nel repertorio dell’ensemble, dal Burbero benefico – spolverato già lo si è detto da Cesco per la propria serata al Goldoni – alle Baruffe chiozzotte. Nei suoi ricordi Cesco retrodata il proprio incontro con paron Fortunato agli anni della sua scrittura presso la Compagnia della Commedia Veneziana di Micheluzzi – «con Micheluzzi rimasi tre anni dal 1923 al 1925, ed ebbi molti successi. Particolarissimo quello di Paron Fortunato, il pescatore balbuziente delle “Baruffe Ghioggotte” [sic!] di Goldoni. Inventai alcune coserelle e creai un tipo di uomo bambino che piacque subito moltissimo» (Cesco Baseggio, Baseggio: dopo Goldoni l’incontro con il Ruzante, cit. –); quel che è certo è, però, che Cesco incarna il celebre pescatore goldoniano proprio nella primavera del ’29 al fianco della donna Pasqua di Dora; ostica ribalta dell’evento: Chioggia. Per vincere l’abituale diffidenza dei chioggiotti verso la commedia di Goldoni, tradizionalmente vissuta come un atto di dileggio verso la propria città natale e pretesto pure di continue dispute campanilistiche in tema di dialetto con le troupe veneziane, Cesco precede la rappresentazione con una estemporanea captatio benevolentiae, così refertata dal cronista della «Gazzetta di Venezia»: Baseggio «con appropriate parole espose i fini della commedia, intrattenne sul dialetto e sui modi di dire, e chiese venia per gli artisti, i quali non potevano certamente avere il voluto accento dialettale» – intendendosi dell’epoca goldoniana –, «del resto ormai caduto completamente in disuso» (s.a., Teatro Garibaldi, «Gazzetta di Venezia», 10 aprile 1929).

L’approdo alla fusione con Giachetti, che nell’estate del ’28 aveva rappresentato per Micheluzzi un’estrema spiaggia di salvezza, con l’andar del tempo comincia a mostrare non pochi inconvenienti. Nel corso dei primi mesi del ’29, entro uno scenario politico sempre più fosco e in una congiuntura finanziaria che sta insensibilmente scivolando verso il disastro, Carlo entra in una crisi profonda: non solo egli deve continuare a far fronte alle ordinarie tribolazioni e angustie – specie finanziarie – che cronicamente affliggono la vita dei comici, ma improvvisamente deve pure misurarsi con un peggioramento delle condizioni di salute di Giachetti. Sempre nelle sue memorie, ripercorrendo l’ondivago diagramma delle condizioni fisiche del suo socio, annota laconico Micheluzzi: «in febbraio a Milano […] avremmo dovuto mettere in scena qualche novità, ma Giachetti stava male e ricominciava a ricorrere alla morfina. A Brescia allestimmo “Sior Tita paron” la bella commedia di Gino Rocca scritta per noi […]. Peccato non sia stato possibile sfruttarla molto, per la indisposizione di Giachetti, che dopo qualche settimana risolse di lasciare la compagnia, per una seria cura. Continuai il giro senza di lui, e al suo ritorno in buone condizioni di salute, sperai mettesse da parte le commedie musicali, invece esumò “La pianella perduta nella neve” […], piacque a una marea di pubblico di facile accontentatura. In seguito la fatica delle recite, e il ritorno del male, insabbiarono ogni iniziativa; io compresi che in queste condizioni un’intesa per un altro anno non era possibile, e non rinnovai l’impegno. Giachetti ne capì il motivo, e senza spiegazioni, ci dividemmo» (Carlo Micheluzzi, Sessant’anni di teatro, cit., p. 117).

Col progredire della primavera comincia, però, a respirarsi aria di smobilitazione pure tra le fila della ditta Baseggio-Baldanello, e mentre a maggio si diffondono le prime insistenti voci di un imminente scioglimento della compagnia, nelle settimane successive i quotidiani informano di un progetto di collaborazione di Baseggio con Emma Grammatica. Col sopraggiungere dell’estate del ’29 – l’anno che, non si dimentichi, saluta il «tramonto del grande attore» per Silvio d’Amico –, nuovo giro di valzer, dunque, nelle formazioni venete: ai nastri di partenza della stagione 1929-1930 Giachetti si presenta solo con la Compagnia del Teatro Veneto, la Baldanello si ritira per qualche tempo dalle scene, mentre Carlo Micheluzzi e Cesco resuscitano il loro antico sodalizio nel quadro di una nuova formazione a triangolo, gestita in forma di Società Anonima: la Baseggio-Micheluzzi-Pàrisi, troupe in cui i due capocomici si annettono in ditta la collega Bice Pàrisi. La direzione artistica della nuova compagnia – che oltre ai titolari raccoglie attori come Riccardo Diodà, Memi Vidali, Emo Baseggio, naturalmente Margherita Seglin, Giuseppina Bianchini, Italia Pàrisi, Gina Germani o Lisa Veronese –, è affidata a Carlo Micheluzzi, amministratore Nino Candia, segretario Emo Baseggio. Tra le giovani leve della nuova formazione spicca col senno di poi un nome: Carlo Lodovici. Pistoiese, classe 1912, nipote di Cesare Vico Lodovici, Carlo, giovane attore di talento, è destinato ad assumere un ruolo rilevante nel futuro di Cesco. Dopo il debutto a Udine, come si conviene ad ogni “veneta” che si rispetti il battesimo ufficiale della nuova compagnia è celebrato al Goldoni, dove durante il settembre del 1929 la neonata formazione è di stanza per due settimane. Madrina d’eccezione Amalia Benini che regala una partecipazione straordinaria ad alcune recite. Il cartellone va da Varagnolo (El sangue no xe aqua, in cui Baseggio interpreta Andrea) a Rossato (El pare de Venezia, dove Cesco è il vecchio Bragadin), con doveroso omaggio, ça va sans dire, a Goldoni (La bona mare overo Sior Nicoleto meza camisa e i so amori in cale de l’Oca, come vuole la titolazione ottocentesca, e Le donne curiose; Baseggio nelle due commedie è rispettivamente Lunardo e Pantalone, al suo fianco Amalia Benini veste i panni della siora Barbara e di Eleonora). Il mese successivo, l’ottobre horribilis del ’29, l’Occidente precipita nel baratro del crack di Wall Street; il 18 di novembre si spegne a Venezia Emilio Zago.

 
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