«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > cinema, teatro
NomeCesco
CognomeBaseggio
Data/luogo nascita13 aprile 1897 Treviso
Data/luogo morte22 gennaio 1971 Catania
Nome/i d'arteCesco Baseggio
Altri nomiFrancesco
  
AutoreClaudio Longhi (data inserimento: 07/11/2011)
Cesco Baseggio
 

Sintesi | Formazione| Interpretazioni/Stile| Testo completo

 

Biografia

Il salto di carriera si compie nell’inverno del ’26: all’inaugurazione dell’anno comico 1926-’27 il Teatro Morlacchi di Perugia ospita La scoperta dell’America di Alfredo Testoni, presentato dalla Compagnia Veneziana – diretta da Cesco Baseggio, della quale fa parte Dora Baldanello. Cesco non ha ancora compiuto i ventinove anni e, chiuso il rapporto con Micheluzzi, è già alla guida di una sua formazione. Così la stampa: «“Cesco Baseggio?” anzi, il “cav. Baseggio?” “Chi è?” si domanda qualcuno – e qualche altro – frequentatore di Teatri precisa: “Quell’attore, buono sì, ma semplice “elemento” di contorno, che era in Compagnia Micheluzzi!” Ebbene: Cesco Baseggio è, invece, oggi, qualcuno, un Artista, un vero artista, che merita, sul serio, di essere ascoltato» (s.a., Cesco Baseggio e la sua compagnia, «L’Impero», 29 aprile 1926). Recuperata la collaborazione con Dora Baldanello, la solida prima attrice goldoniana al cui fianco, sulle tavole del Rossini, aveva mosso i suoi primi passi ancora adolescente insieme all’amico Giachetti, e ottenuto per via della consueta rete di sottoscrizioni una prima copertura finanziaria (a dire il vero insufficiente a garantire un’effettiva stabilità all’impresa), Baseggio ha raccolto intorno a sé un gruppo di giovani attori – tra gli altri Rina Zaccaria, Jolanda Migliari, Rina ed Ernesto Zanon, Riccardo Diodà, Sandro Frescura ed Emilio Baldanello (figlio di Dora). Da Perugia inizia una tournée che, dopo alcune piazze umbre, prosegue all’Aquila, poi a Roma e di lì in Sicilia quindi giù fino a Tripoli; nell’autunno del ’26 la compagnia è invece in Veneto. La troupe è sostanzialmente accolta con una certa simpatia dal pubblico. Accanto ad un Goldoni immancabile dati i curricula del capocomico e della sua prima donna (La locandiera, La vedova scaltra), il Baseggio-imprenditore punta anche sulle novità. Durante il suo primo anno di vita la Compagnia Veneziana porta ad esempio in scena: Ultime falive e Chi xe che ga rason? di Emilio Baldanello, la fantasia settecentesca paragoldoniana I comici in campagna di Primo Piovesan e Vittorio Boni e, soprattutto, L’omo che no capisse gnente di Domenico Varagnolo, scopertamente frutto di una rielaborazione in chiave “veneta” di quelle istanze di rinnovamento “grottesche” tipiche di certa drammaturgia italiana “in lingua” del secondo decennio del Novecento tra Luigi Chiarelli, Luigi Antonelli, Pier Maria Rosso di San Secondo e il primo Pirandello. Un dettaglio importante: molto probabilmente per far fronte alle angustie economiche che, a dispetto della baldanza ostentata da Cesco, tengono continuamente in scacco la nuova formazione, di passaggio dall’Odescalchi di Roma, già sede del Teatro d’Arte di pirandelliana memoria e, prima ancora, dei Piccoli di Vittorio Podrecca, in aprile la compagnia di Baseggio si ritrova alla direzione del Teatro dello Studente, progetto in linea con la riforma Gentile, appoggiato dal Ministro dell’Interno Luigi Federzoni, teso ad avvicinare la scuola ai testi classici: siamo probabilmente all’origine di quella strategia cultural-commerciale delle matinée studentesche cui Cesco farà per primo sistematicamente ricorso a partire dagli anni Cinquanta al fine di reagire al drastico calo del pubblico pagante.

Col 2 marzo del 1927 inizia l’anno comico destinato a promuovere la riforma del calendario teatrale: anche per celebrare la “marcia su Roma”, nel corso di quei mesi si stabilisce infatti che la scansione delle scritture non sarà più vincolata all’intervallo “inizio di Quaresima” / “fine Carnevale”, ma all’arco cronologico 1 settembre/30 giugno; in particolare, concludendosi al 31 agosto del 1928, la stagione ’27-’28 durerà di fatto 548 giorni. Al suo secondo anno di vita, la Compagnia Veneziana di Baseggio, il cui bilancio non è certo dei più rassicuranti e da cui nel frattempo si sono sfilati i Baldanello, si trova dunque a dover far fronte a questa importante anomalia organizzativa. Fedele all’antica regola che consiglia di alzare la posta in gioco nei momenti di maggior difficoltà, è proprio nella sua seconda stagione di capocomicato che Cesco azzarda il proprio asso: Il mercante di Venezia. Al principio di Quaresima, la compagnia di Baseggio sceglie di salutare il nuovo anno all’Odescalchi di Roma – e, tradizionalmente, la stampa romana di quegli anni è per lo più notoriamente amica delle formazioni venete –; copione individuato per il debutto La famegia del santolo di Gallina. Osando ancora una volta il confronto con il grande Benini, Cesco si riserva naturalmente il ruolo di Micel.

Tra pubblico e critica della capitale l’attesa è però grande soprattutto per la novità annunciata dal giovane capocomico: Shylock, una riduzione in veneziano del celeberrimo Mercante di Shakespeare. Per il proprio spettacolo Baseggio si avvale di una traduzione dialettale di Adriano Lami e Guido Perale chiaramente impostata sull’adattamento del famoso play messo a punto da Ermete Novelli. L’inedito esperimento debutta il 1 di aprile e l’indomani «Il Messaggero» decreta il trionfo. «La riduzione di Lami e del Perale», osserva il recensore, «ha sfrondato qua e là, spesso abbondantemente, con l’intenzione evidente di lasciare meglio campeggiare la figura dello strozzino ebraico convergendo su di lui, senza dispersioni nè divagazioni, tutta la tessitura, l’interesse e la vita della tragedia» e poco oltre continua: «Ma assai difficile sarebbe dire con precisione quale dei cinque quadri sia veramente il migliore tanto intensa precisa e appassionata è stata la recitazione di questa compagnia, molti elementi della quale potrebbero fare da maestri a capocomici e primattori. Dopo questo non sapremmo che cosa dire di più per spingere il pubblico romano a sentire e ad applaudire commedia ed attori». Infine lo sguardo del critico si appunta sul protagonista: «Cesco Baseggio compose la complessa e difficile figura di Shylock con un rilievo, una intensità, un intimo tumultuoso tormento rabbioso perfido e doloroso realmente eccezionali. Egli non ha nulla da temere da nessun confronto: insinuante e reciso, falso e minaccioso, servile e dispotico, feroce ed esoso, avido, chiacchierone, dissimulatore, implacabile, cinicamente ingenuo, umano e disumano, tutte le più effimere sfumature di questo carattere orribile e pietoso sono state colte ed espresse in un gioco di voce e fisionomia impressionante e preciso» (s.a., “Shylock„ in veneziano all’Odescalchi, «Il Messaggero», 2 aprile 1927). La strabiliante riuscita di Shylock – a quanto ci è dato intendere dalle testimonianze degli spettatori del tempo sintesi estrema nella resa di Baseggio della poetica romantica del grottesco, di ascendenza non per nulla shakespeariana – richiama risolutamente l’attenzione su una sfumatura preziosa dell’arte di Cesco: come chiosa acutamente Carmelo Alberti, forte della sua distanza critica di storico, «la visione comico-grottesca» del mercante ebreo proposta da Baseggio denuncia infatti inequivocabilmente la «venatura drammatica» che fin dall’origine trama il «registro caricaturale» dell’attore. Detto in altri termini, con la sua innata inclinazione a contaminare accenti comici e drammatici, l’arte di caratterista di Baseggio (incline a scivolare dal ruolo di brillante a quello di promiscuo), lungi dal risolversi in mero macchiettismo, è pronta ad aprirsi a figurazioni complesse che potrebbero spaziare da un «inconsueto crepuscolarismo, congeniale ai toni melanconici degli scrittori veneti suoi contemporanei», così come spingersi nel misterioso terreno del tragico. Ma, e sembra questa in fondo la tesi di Alberti, nella realtà dei fatti in Cesco la maniera del crepuscolarismo veneto finisce, per lo più, con l’avere la meglio della pulsione tragica (Carmelo Alberti, A teatro: l’ultimo capocomico di razza, in, Cesco Baseggio. L’attore oltre la maschera, a cura di Giuseppe Barbanti, s.l., s.e., 2001, p. 11). All’altezza del 1927 i giochi sono però ancora tutti aperti e non è ancora tempo di azzardare bilanci. D’altra parte le scelte di repertorio che Baseggio compie nel prosieguo del soggiorno romano danno chiare indicazioni su quelli che andranno ad essere i suoi percorsi futuri. Dopo la scommessa dello Shylock Cesco prosegue le recite all’Odescalchi con Rodolfo Va…lentino di Angelo Boriani e Ceschi (pseudonimo dietro il quale si nasconde lo stesso Baseggio), Quello che paga di Nino Aloisio o Come la pensava el sor Vincenzo di Ernesto Zanon.

La conquista di Roma e del suo pubblico non è però che la prova generale (e la preparazione) dell’assalto che Baseggio intende muovere all’altra “capitale” della scena italiana: Milano, feudo di uno dei “principi” della critica del tempo, quel Renato Simoni, critico e, si badi, drammaturgo veronese, che Cesco ha particolarmente a cuore proprio in ragione delle sue origini venete. Per le recite milanesi, previste ai primi dell’estate, Cesco è entrato in contatto con il Teatro Arcimboldi, la piccola sala lanciata da Virgilio Talli. L’accerchiamento a Simoni è concertato in climax. Giovedì 9 giugno la Compagnia Veneziana e il suo capocomico si guadagnano subito il benevolo interesse del critico con Puricinela gaveva ’na gata, a proposito del quale il temuto recensore del «Corriere» scrive, ad un tempo indulgente e all’erta: «L’interpretazione data ieri all’Arcimboldi dalla Compagnia Baseggio parve buona e zelante e affiatata. Il Baseggio è certo un attore dalla espressione gradevole, dalla dizione fluida e varia. Ma lo si potrà giudicare meglio in una commedia che richieda da lui una recitazione dialettale, più raccolta e più intima» (Renato Simoni, Puricinela gaveva una gata [1927], in Id., Trent’anni di cronaca drammatica, vol. III, 1927-1932, Torino, Industria Libraria Tipografica Editrice, 1955, p. 66, articolo già apparso in «Corriere della Sera», 10 giugno 1927). Il critico è immediatamente accontentato. Sabato 11, Cesco mette a segno la sua prima stoccata L’omo che no capisse gnente di Varagnolo. Lesto risponde Simoni: «Gli applausi furono, iersera, all’Arcimboldi, numerosissimi al calar del sipario e anche a scena aperta. Dopo il secondo atto le chiamate furono sei o sette. Tre dopo il primo e tre dopo il terzo. Il Baseggio s’è rivelato un attore fuori del comune. La sua voce e i suoi gesti erano un po’ troppo giovani per la parrucca grigia che portava e per la maturità che doveva rappresentare; ma che prontezza e che naturalezza ha la sua recitazione, e che comicità diretta, sostanziosa e simpatica è la sua!» (Renato Simoni, L’omo che no capisse gnente [1927], in Id., Trent’anni di cronaca drammatica, vol. III, 1927-1932, cit., p. 67, articolo già apparso in «Corriere della Sera», 12 giugno 1927). Ed infine l’affondo shakespeariano. Con accorta mossa diplomatica, in quel primo scorcio d’estate del ’27 Simoni è invitato da Baseggio alle prove dello Shylock. «Vede, Signor Simoni», così Cesco a distanza di anni rievoca la sua sorniona conversazione con il critico, «dove il lavoro impegna talmente l’interprete, rimane sempre qualche dubbio al direttore! Bisognerebbe potersi sdoppiare, essere in scena a vivere il personaggio e contemporaneamente essere in mezzo alla platea a concertare l’assieme. Opur, bisognaria che i critici i vegnisse in teatro a le prove e i disesse prima quelo che i scrive dopo… no ghe par?» (Cesco Baseggio, Il regista, in «Il Dramma», XXVIII, settembre 1952, n. 163-164, p. 51). Simoni accetta la proposta e segue, con viva partecipazione, un pomeriggio di lavoro della Compagnia, tra l’altro – col senno di poi, Baseggio fa risalire proprio a quel pomeriggio la scoperta da parte di Simoni della sua vocazione alla regia. Lo Shylock debutta all’Arcimboldi il 17 di giugno e a Milano si replicano i trionfi romani. Dalle colonne del «Corriere», pur non tacendo riserve sull’operazione drammaturgica, Simoni decreta: «Il Baseggio ha affrontato un grande cimento. Non rievochiamo qui le ombre di Giovanni Emanuel e di Ermete Novelli. Certo questo valente e giovine attore, che conquista ogni giorno nuove simpatie, non ha raggiunto la potenza tragica. Ma era, questa potenza, nell’intenzione di Guglielmo Shakespeare? E’ vero che il primo interprete di Shylock fu l’attore tragico Burbage; ma il personaggio doveva essere intenzionalmente comico; e la miglior critica lo crede. […] Il Baseggio ci ha dato di Shylock la ricca verità caratteristica, il tipo, se non il simbolo, con pochi tratti netti, misurati e incisivi. E fu applaudito con grandissimo calore, a scena aperta, e cinque o sei volte alla fine di ogni atto» (s., r., “Il mercante di Venezia„ in veneziano all’Arcimboldi, in «Corriere della Sera», 18 giugno 1927). A distanza di qualche giorno il circostanziato elogio simoniano è volto in peana da Gino Rocca, altro critico-drammaturgo protagonista delle ribalte dialettali venete: «Shakespeare in veneziano. Par di sognare. Ma la critica accorre. E se l’opportunità della riduzione dialettale vien messa in dubbio e discussa, non si discute da nessuno la bontà dell’interpretazione. Il capolavoro, pur mutilato, può donarci ancora tutta la sua bellezza più intima in virtù dell’attore che affrontando i più terribili confronti ha osato presentarsi nelle vesti del Mercante di Venezia. Sembra che le ristrette pareti del Teatro Arcimboldi si slarghino: hanno ospitato Shakespeare ed hanno additato al pubblico di Milano un nuovo artista: Cesco Baseggio» (Gino Rocca, Note di teatro, Un nome nuovo: Baseggio,  «Il Popolo d’Italia», 29 giugno 1927). Il successo è completo. E mentre la critica esulta, Cesco sviene perché non mangia da due giorni…

I bis dei trionfi romani all’ombra della “bela Madunina”, preludono al riproporsi all’Arcimboldi di strategie artistiche analoghe a quelle esperite all’Odescalchi. La scelta spiazzante del Mercante/Shylock, che nonostante la coniugazione dialettale del testo parrebbe un ammicco a più alati repertori sublimi, magari anche “in lingua”, rifluisce immediatamente in Baseggio nel ritorno ad un più tranquillo e tradizionale tran tran di proposte venete, distese sulla consueta tavolozza che allinea gli appuntamenti imprescindibili col classico Goldoni, la frequentazione della corriva drammaturgia comica del disimpegno e l’escursione isolata nella dialettalità più modernamente inquieta e problematica: l’uno dopo l’altro sfilano nel teatrino della centralissima via dell’Unione: Il burbero benefico, El papà del tenor di Giovacchino Forzano (riduzione veneziana di Aldo Bassi), El specio me ga dito che so bea di Lucio D’Ambra e Ernesto Zanon, L’amor che se paga di Giovanni Cenzato, La fabrica dei piavoli di Arturo Rossato e El sangue no xe aqua, una novità di Varagnolo che, nel solco dell’Omo che no capisse gnente, sviluppa il filone dell’irrequieto “grottesco” dell’autore.

 
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