«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > cinema, teatro
NomeCesco
CognomeBaseggio
Data/luogo nascita13 aprile 1897 Treviso
Data/luogo morte22 gennaio 1971 Catania
Nome/i d'arteCesco Baseggio
Altri nomiFrancesco
  
AutoreClaudio Longhi (data inserimento: 07/11/2011)
Cesco Baseggio
 

Sintesi | Formazione| Interpretazioni/Stile| Testo completo

 

Biografia

Chiusosi il capitolo militare – il congedo gli è notificato nell’aprile del ’20 – Baseggio, rientrato in patria, riprecipita nella sua routine prebellica divisa tra aspirazioni teatrali e dura necessità dell’impiego presso l’amministrazione ferroviaria. La società teatrale che Cesco si trova davanti nel primo dopoguerra è un sistema piuttosto instabile, in cui vivacità e precarietà non sono che volti opposti di una stessa medaglia. Sullo sfondo di un’Italia vittoriosa, ma duramente provata a tutti i livelli dalle fatiche – e dalle pesanti perdite – della guerra, delusa per il mancato rispetto del patto di Londra e scossa da profonde tensioni sociali che non risparmiano nemmeno il mondo teatrale (del ’19 è lo sciopero degli attori contro il capocomicato), il microcosmo dei comici veneti è in cerca, non senza difficoltà, di nuovi equilibri. Il 29 febbraio del 1916, nel pieno infuriare del conflitto, era morto Ferruccio Benini: la scomparsa di una delle colonne portanti del teatro veneto in una stagione oltremodo difficile della vita del paese apriva ovviamente tanto la questione artistica della “successione” quanto quella economica della gestione di una importante quota parte di mercato. Nel ’19, per iniziativa del commediografo Giovan Battista Biolo, si costituisce la compagnia La Serenissima che raccoglie alcuni tra i nomi più promettenti della scena lagunare di quegli anni: tra loro Albano Mezzetti, Carlo Micheluzzi e la moglie, Margherita Seglin, Gino Cavalieri e soprattutto Gianfranco Giachetti, per il quale Benini, negli ultimi mesi di vita, aveva mostrato una forte propensione. Encomiabili le finalità poste a fondamento del progetto, tutto teso alla ricostruzione morale e artistica dei teatri dialettali, ma probabilmente incauta la scelta di riunire troppe personalità forti all’interno di un solo complesso. L’avventura della Serenissima, avviata al Niccolini di Firenze con due recite dei Rusteghi, fallisce così nel breve volgere di una stagione: già nel ’20 Carlo Micheluzzi, seguito dalla moglie, lasciata la formazione di Biolo fonda una sua autonoma Compagnia della Commedia Veneziana. Nel ’21 – l’anno in cui a complicare il già intricato quadro delle relazioni tra gli attori veneti si assiste pure al ritiro dalle scene di Zago – l’iniziativa è invece presa risolutamente da Giachetti. Per merito della “Società amici del Teatro veneziano” presieduta dal senatore Filippo Grimani si costituisce infatti la Compagnia “Ars Veneta”, diretta da Gianfranco Giachetti e, come era facilmente prevedibile, nell’organico della nuova troupe, forse dopo un rapido passaggio per le file dell’ensemble di Micheluzzi, in qualità di sottoruolo del primo attore Giachetti, ritroviamo Cesco Baseggio.

A forza di congedi strappati all’amministrazione centrale per barcamenarsi tra l’impiego ferroviario e gli obblighi imposti dalla scrittura teatrale, in attesa che il palcoscenico gli garantisca una effettiva possibilità di automantenimento, agli albori degli anni Venti il giovane attore reduce si conquista per la prima volta un suo effettivo e significativo spazio d’azione teatrale. Il repertorio della nuova compagnia svaria da Goldoni (Le morbinose; I rusteghi) a Gallina (Mia fia; Zente refada; Le baruffe in famegia) e, nel vorticoso valzer delle recite, Cesco si trova di volta in volta calato in parti di contorno o ruoli di protagonista, chiamato non di rado a sostituire Giachetti, costretto ad assentarsi per assistere la moglie malata. Al termine della stagione, il bilancio dell’impresa nel suo complesso è sconfortante: «quel primo anno», ricorda Baseggio, «fu un’avventura economica disastrosa, anche per il disagio del momento politico. Non si poteva mai trovare un posto dove recitare tranquilli» (Cesco Baseggio, Baseggio rievoca per noi mezzo secolo di vita teatrale, cit.). D’altra parte, sul piano personale, in virtù delle sue convincenti prestazioni, il consuntivo dell’esperienza dell’“Ars Veneta” è per Cesco largamente positivo: la stampa è ormai incline a riconoscere in lui un «brillante […] apprezzatissimo e studioso» (Paolo Puppa, Cesco Baseggio. Ritratto dell’attore da vecchio, Caselle di Sommacampagna, Verona, Cierre Edizioni, 2003, p. 145).

Liquidata l’“Ars Veneta”, nella Quaresima del ’22 Giachetti, che è nel frattempo riuscito a trovare canali di finanziamento alternativi, è pronto a rigettarsi nella mischia con una nuova formazione, la Compagnia del Teatro Veneziano. Il gruppo dei finanziatori subentrato ai sostenitori dell’ensemble precedente preme, però, perché Gino Cavalieri e Primo Piovesan abbiano parti di maggior rilievo a scapito di Baseggio. Per Cesco, in sostanza, si tratterebbe di fare, perlomeno temporaneamente, un passo indietro, ma il suo carattere impulsivo gli impedisce di accettare una simile eventualità. All’inizio dell’anno comico ’22-’23 Baseggio lascia quindi l’amico Giachetti e, per la nuova stagione, entra in una formazione “minore”: la Compagnia – orgogliosamente battezzata dal suo fondatore – Italo Veneta, capitanata dal «magro e solitario» Carlo De Velo, a detta di Palmieri «magnifico e fierissimo guitto» (Eugenio Ferdinando Palmieri, Dedica a Baseggio, in Id., La frusta cinematografica, Bologna, Poligrafici il Resto del Carlino, 1941, p. 79). Con un improbabile repertorio «che andava dalla “Morte civile” a “Il padrone delle ferriere”, dalla “Suonatrice d’arpa” alla “Maria Giovanna”», (Cesco Baseggio, Baseggio rievoca per noi mezzo secolo di vita teatrale, cit.) in un primo tempo l’Italo Veneta è confinata al circuito dei centri più piccoli del Nord-Est: Piazzola sul Brenta, Codigoro, Momigliano… ma progressivamente, in forza dei successi che comincia ad ottenere, nello stesso giro di mesi in cui il Duce marcia su Roma, viene conquistando piazze più importanti: Conegliano, Vittorio Veneto e persino Treviso. Anche in forza della stimolante e stimata presenza di Baseggio, alla compagnia di De Velo, in cui lavora pure un giovanissimo Erminio Macario, parrebbero schiudersi più radiosi destini, ma è questa un’aspirazione di breve durata. Il talento di Cesco non sfugge infatti ai più avveduti addetti ai lavori dei circuiti maggiori e al principio del ’23 a bussare alla porta del giovane comico per proporgli una scrittura con la sua prestigiosa compagnia è Carlo Micheluzzi – forse, come si è detto, già capocomico di Cesco, per un breve intervallo, al suo rientro dall’Albania. Così Baseggio, a distanza di anni, rievoca l’occorso: «Le cose andavano bene, anche economicamente, e la compagnia di De Velo sognava già di entrare nel giro delle compagnie primarie, quando mi arrivò da Milano una lettera di Carlo Micheluzzi che mi invitava a rientrare nel “teatro grande” e con lo stesso ruolo che avevo avuto nel primo anno della compagnia formata con Giachetti. Mostrai la lettera a De Velo, senza dirgli nulla. Lui capì immediatamente, da quel brav’uomo che era, e “Cesco – mi disse – va pur… Questa la xe la to strada”» (ibidem). Col generoso beneplacito del suo precedente capocomico, per la stagione ’23-’24 Baseggio accetta dunque la scrittura della Compagnia della Commedia Veneziana.

Il debutto nella nuova formazione è a Firenze, all’avvio dell’anno comico. Il 17 febbraio del 1923, lo stesso anno in cui a Parigi debutta la terza fortunata edizione stanislavskijiana della Locandiera, Micheluzzi presenta agli spettatori del Teatro Niccolini Goldoni e le sue sedici commedie nuove di Paolo Ferrari; Cesco è il suggeritore Tita. Immediato il successo. All’indomani della seconda replica della commedia, ai primi di marzo, sulle pagine della «La Nazione» l’anonimo recensore scrive: «Al teatro Niccolini fu ieri sera ripetuta davanti ad un magnifico pubblico “Goldoni e le sue sedici commedie nuove” nella splendida interpretazione della compagnia del teatro veneziano. Carlo Micheluzzi impersonò Goldoni con una linea stilistica impeccabile, ebbe accenti, plastica, maschera di grandissimo attore. Lo coadiuvarono mirabilmente la Seglin, la Germani, Segala. Il bravissimo Baseggio fu un “suggeritore” quale non ne abbiamo più uditi da Calabrosi in poi» (s.a., Teatri, «La Nazione», 2 marzo 1923). Dopo i tumultuosi rivolgimenti delle stagioni precedenti, segnati da frequenti cambi di formazione, la fortunata riuscita di Tita inaugura per Baseggio un periodo di maggiore stabilità: il rapporto con la Compagnia della Commedia Veneziana si svilupperà infatti sull’arco di tre stagioni: dalla ’23-’24 alla ’25-’26, anni intensi per il teatro italiano che proprio in quell’arco di tempo piange la scomparsa di Eleonora Duse a Pittsbourgh e assiste al varo del Teatro d’Arte di Pirandello a Roma. A detta di Baseggio: «A quel tempo la compagnia dei Micheluzzi era forse la più importante del teatro veneto. Oltre che sulla figura di Carlo attore coscienziosissimo, si basava sull’apporto di quella grande attrice che è Margherita Seglin, allieva prediletta di Benini; elementi entrambi innestati nella grande tradizione» (Cesco Baseggio, Baseggio: dopo Goldoni l’incontro con il Ruzante, «Il Gazzettino», 9 maggio 1963). Il repertorio con cui Baseggio si confronta durante il triennio trascorso con Carlo prevede molto Goldoni (Una delle ultime sere di Carnovale o Chiassetti e spassetti del carnevale di Venezia secondo la titolazione ottocentesca di Angelo Moro Lin, La casa nova, La serva amorosa, Sior Todero brontolon, Pamela nubile, Gl’innamorati, Il burbero benefico in dialetto veneziano), la riproposizione dei classici veneti dell’Ottocento da Francesco Augusto Bon (Ludro e la sua gran giornata) all’inossidabile Gallina (Serenissima), ma anche qualche apertura cauta – e opportunistica, visto il loro successo – a “novità” drammaturgiche, per lo più “in costume”, ispirate a un manieratissimo Settecento o a un primo Ottocento non meno convenzionale: Giacomo Casanova di Carlo L. Curiel, Puricinela gaveva ’na gata (in cui Cesco si distingue nel ruolo del vecchio burattinaio) e L’abate dai bucoli d’oro, entrambe di Arnaldo Boscolo, ma soprattutto Nina, no far la stupida! il fortunatissimo “vaudeville” di Arturo Rossato e Gian Capo su musiche di E.G. Montebello (al secolo Enrico Giachetti), probabilmente uno dei maggiori successi dei teatri dialettali del Novecento, portato per la prima volta in scena da Gianfranco Giachetti nel 1922. Nell’ariosa – e inconsistente – favoletta musicale di Rossato e Gian Capo, Cesco, poiché intonato, è costretto, suo malgrado, a recitare il ruolo – da tenore –, lontano dalle sue corde consuete, dell’innamorato Lelio: «La commedia con Giachetti aveva avuto un esito trionfale», spiega Baseggio, «e dato che ci veniva richiesta spesso, l’avevamo messa anche noi in repertorio. Essendo intonato mi dovevo sorbire il ruolo di un amoroso tenore» (ibidem). Tanti e molto diversi, dunque, i personaggi con cui Baseggio si confronta sotto la direzione di Micheluzzi, ma ormai rilevantissimo il comune indirizzo da caratterista promiscuo (non estraneo ad estri da brillante).

Nell’autunno del ’24 significativa la scelta per la sua serata al Goldoni di cimentarsi nel ruolo del Nobilomo Vidal, pensato da Gallina per Benini; scelta coraggiosa premiata dall’attesa ufficiale consacrazione di pubblico e critica: «Consacrazione più schietta e più solenne», si legge sulla «Gazzetta di Venezia», «il giovanissimo artista non poteva chiedere: perché gli è venuta dalla più autorizzata delle platee, e per un’interpretazione a cui ormai non è lecito a un attore, anche se preparato alle più dure battaglie dell’arte sua, accostarsi senza un trepido senso di rispetto e di umiltà» (s.a., Cesco Baseggio e “Serenissima„, «Gazzetta di Venezia», 16 settembre 1924). Ma da ricordare pure, al di là dei consensi incassati con i personaggi goldoniani (dal Pantalone con maschera de La serva amorosa allo Zamaria della Casa nova), l’attenzione suscitata con la sua restituzione dell’usuraio Prospero in Ludro e la sua gran giornata (1923). Colpito dalla sua caratterizzazione dello strozzino israelita creato da Bon, Adriano Tilgher, stando ai racconti di Baseggio, prospetta a Cesco una possibilità: perché non recitare Il mercante di Venezia? Per il giovane attore, però, il triennio trascorso con la Compagnia della Commedia Veneziana non rappresenta soltanto una tappa chiave della propria formazione interpretativa, ma – divenuto nei fatti il braccio destro di Carlo – Baseggio vive quelle tre stagioni come il tirocinio del capocomicato. Nei suoi ricordi seriori, l’attore è a questo proposito chiarissimo: «Micheluzzi era il galantuomo che è sempre stato, e la nostra attività fu serena e positiva sotto ogni rapporto. Ma io aspiravo al capocomicato» (Cesco Baseggio, Baseggio: dopo Goldoni l’incontro con il Ruzante, cit.).

 
<< Precedente 1   2   ( 3 )   4   5   6   7   8   9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20   Successiva >>
Firenze University Press
+39 0552743051 - fax +39 0552743058
Borgo Albizi, 28 - 50122 Firenze

web:  http://www.fupress.com
email:info@fupress.com
Progettazione tecnica a cura di