«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > cinema, teatro, televisione, radio
NomePaolo
CognomeStoppa
Data/luogo nascita16 giugno 1906 Roma
Data/luogo morte01 maggio 1988 Roma
Nome/i d'arte
Altri nomi
  
AutoreLeonardo Spinelli (data inserimento: 25/11/2011; aggiornamenti: 18/07/2015; 04/03/2017; 14/03/2020)
Paolo Stoppa
 

Sintesi | Biografia| Famiglia| Formazione| Scritti/Opere| Testo completo

 

Interpretazioni/Stile

La leggenda teatrale di Paolo Stoppa è legata a un cliché: quello di essere un attore non naturalmente dotato di mezzi (il suo fisico è tutt’altro che prestante, la dizione tende alla pronuncia romana, la voce è duttile ma esile), con una predisposizione alle facili caratterizzazioni comiche che, grazie ad una ferrea volontà e alla sapiente mano registica di Luchino Visconti, riesce a diventare uno degli interpreti più completi e rappresentativi del rinnovamento teatrale italiano. A questa affermazione occorre però fare dei distinguo.

Se è vero che sin dai suoi esordi l’attore mostra un’innata propensione al genere comico (da subito è capace di far scattare la risata a suo piacimento) è altresì certo che alla scuola del teatro di tradizione di Antonio Gandusio, Dina Galli e Luigi Almirante il giovane Stoppa, allontanata la facile tentazione di crearsi una galleria di macchiette e maschere, inizia a coltivare il gusto per le sfumature ironiche e patetiche che conferiscono ai personaggi un tono di amarezza e di realismo. Alla scuola di Gandusio impara inoltre come il mestiere dell’attore, al di là di rare eccezioni e frequenti ‘invenzioni’ mitografiche, non possa che basarsi su una coscienziosa dimensione artigianale. Sudore, sacrificio e abnegazione saranno il punto di partenza del successivo laboratorio tecnico-espressivo. Nonostante la sua predilezione per il repertorio leggero, nel 1932 Stoppa si misura per la prima volta con il genere serio al teatro Valle di Roma recitando nello spettacolo I marinai del Glencairn tratto da Eugene O’Neill e diretto da Anton Giulio Bragaglia.

Il suo stile, che nel pieno degli anni Trenta del Novecento deve ancora giungere a una piena maturazione – le critiche del tempo parlano talvolta di una comicità indisciplinata e semiburattinesca –, è raffinato alla scuola di Renzo Ricci dove Stoppa si accosta ad autori di qualità e ad un metodo di lavoro professionalmente più incisivo, con un maggiore numero di prove ed una più approfondita analisi del testo. Con il capocomico fiorentino – da cui apprende certamente anche alcuni segreti manageriali – trova l’occasione per arricchire il suo repertorio. Alle usuali parti da secondo brillante si aggiungono infatti anche ruoli da protagonista, dai toni chiaroscurali e di rilievo drammatico, come ad esempio quello di Bob Laroche, un giovane storpio mezzo paralitico, interpretato nella commedia Tempi difficili di Édouard Bourdet (1934). La stroncatura dello spettacolo dell’autorevole critico del «Corriere della Sera», Renato Simoni, che contestò la resa crudamente realistica del personaggio, indica per contrasto la predisposizione di Stoppa ad allontanarsi dall’effervescenza primattorica e la predilezione per il lavoro di sottrazione, lo studio del dettaglio e della psicologia.

La successiva scrittura per Dina Galli (1935) lo consacra brillante assoluto, l’ultimo di vero spessore dell’ormai tramontante sistema dei ruoli. In quello stesso periodo Stoppa viene notato anche dal cinema dove in breve tempo raggiunge una discreta popolarità grazie ad una serie di interpretazioni in parti di contorno. La svolta decisiva per la sua evoluzione stilistica avviene però nel 1938 quando entra a far parte della compagnia dell’Eliseo. Qui si confronta per la prima volta con la regia e con una nuova concezione teatrale che considera lo spettacolo come una forma di creazione collettiva. Determinante è soprattutto il lavoro a fianco di due registi aperti alle novità europee come Pietro Sharoff e Guido Salvini, a cui Stoppa sembra affidarsi senza remore: il primo porta in dote la sua pluriennale esperienza con Stanislavskij come maestro di recitazione del Teatro d’Arte di Mosca; il secondo è tra i fondatori del Teatro d’Arte di Pirandello e amico personale di Max Reinhardt e Jacques Copeau.

Alle prese con un repertorio eterogeneo e impegnativo, l’attore si confronta anche con le caratterizzazioni di alto respiro poetico della drammaturgia shakespeariana. Le sue interpretazioni di Sir Andrew della Dodicesima notte (1938) e di Ford delle Allegre comari di Windsor (1940) mostrano infatti una piena capacità di leggere in maniera personale e sempre originale la parte affidatagli e, come confermano le fotografie di scena, denotano l’attitudine dell’attore a quelle doti di trasformismo scenico che a teatro giungeranno all’apice solo alcuni anni più tardi con le interpretazioni di Alì del goldoniano Impresario delle Smirne (memorabili sono le edizioni del 1947, per la regia di Renato Simoni, e quella firmata un decennio più tardi da Luchino Visconti), del Pietra di Paragone dello shakespeariano As you like it (del 1948 diretto da Visconti) e del Trappola/Tartaglia del Corvo di Carlo Gozzi (1948, per la regia di Giorgio Strehler).

 
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