«Archivio Multimediale degli Attori Italiani», Firenze, Firenze  University Press, 2012.
eISBN: 978-88-6655-234-5
© Firenze University Press 2012

Attore > cinema, teatro
NomeCesco
CognomeBaseggio
Data/luogo nascita13 aprile 1897 Treviso
Data/luogo morte22 gennaio 1971 Catania
Nome/i d'arteCesco Baseggio
Altri nomiFrancesco
  
AutoreClaudio Longhi (data inserimento: 07/11/2011)
Cesco Baseggio
 

Sintesi | Formazione| Interpretazioni/Stile| Testo completo

 

Biografia

«Io pensava in un pomeriggio recente – tornando dai Giardini per quella tiepida riva degli Schiavoni che all’anima dei poeti vaganti poté sembrar talvolta non so qual magico ponte d’oro prolungato su un mare di luce e di silenzio verso un sogno di Bellezza infinito – io pensava, anzi assisteva nel mio pensiero come a un intimo spettacolo, alla nuziale alleanza dell’Autunno e di Venezia sotto i cieli» (D’Annunzio, Gabriele, Glosa [1895], in Id., L’allegoria dell’Autunno [1887-1934], in Id., Prose di ricerca, Milano, Mondadori, 2 tt., 2005, t. II, p. 2192)… Venezia, primavera 1897: mentre tra gli scintillanti tramonti della laguna faticano a spegnersi le note ricercate e sensuali della Glosa dell’Allegoria dell’Autunno dannunziana, suggello – in sinistro odor di epitaffio – della prima Esposizione Internazionale d’Arte (ottobre 1895), e negli eleganti caffè di Piazza San Marco infuria il dibattito tra neoinsulari e ultraprogressisti (opposte fazioni generate entrambe dalla crisi economica dell’ex Serenissima successiva alla proclamazione dell’Unità d’Italia), proprio quando la Fenice si prepara ad accogliere il debutto della Bohème di Ruggero Leoncavallo, risposta all’omonimo capolavoro di Giacomo Puccini, ed è ancora fresco il lutto per la morte recente di Giacinto Gallina, la giovane coppia di sposi Arturo ed Irma Baseggio, convolati a giuste nozze a Treviso mercoledì 8 aprile 1896, si prepara all’arrivo del primo figlio Francesco. A distanza di decenni sarà lo stesso Francesco, in una breve missiva, a fornire in rapido scorcio ad un’«amica» i particolari salienti della sua nascita e della sua giovinezza: «Nato a Treviso, perchè primogenito e allora si usava che le “primarole„ andavano a partorire in casa della madre, e mia mamma era Trevigiana. Denunciato a Venezia da mio padre Veneziano (la mia famiglia è Veneziana dal Mille). Data esatta 13-4-97. Cresciuto, allevato e studiato a Venezia; dal 1913 in giro per l’Italia» (Erica Ghini, “Cesco Baseggio attore e capocomico”, tesi di laurea, relatore Prof. Federico Doglio, Roma, Università degli Studi di Roma, anno accademico 1972-1973, allegato p. 1, cap. I).

Primo di una nidiata di sette fratelli, dopo di lui verranno alla luce nel 1900 Placido (morto prematuramente a soli otto anni), nel 1901 Arturo Mario, nel 1902 Emo, nel 1903 Carlo, nel 1905 Maria (la sola femmina) e nel 1909 Placido (meglio noto come Dino), Francesco Arturo Placido, o come amerà farsi chiamare Cesco, pur non discendendo da una schiatta di comici è comunque, in qualche modo, figlio d’arte: il padre – nato a Venezia il 12 maggio 1869 – è un violinista di vaglia; la madre, Jole Irma Agar Fidora, nata a Treviso il 3 gennaio 1872, «figlia del professor Francesco […], ex-garibaldino, cresciuta in un clima repubblicano e vagamente socialista» (Cesco Baseggio, Baseggio rievoca per noi mezzo secolo di vita teatrale, «Il Gazzettino», 8 maggio 1963), è soprano di media reputazione – anche se dopo la nascita del terzo figlio si vede costretta a sacrificare la propria carriera alla famiglia. La musica parrebbe dunque essere un naturale approdo per il piccolo Baseggio – detto pure Zago, per il suo viso paffuto e rubicondo – e infatti, tra un’esibizione della madre e un concerto del padre  fin da bambino Cesco intraprende, anche se non sistematicamente, studi di violino. Gli è compagna nell’apprendistato musicale una vicina di casa (dal 1911 al ’34 la residenza di Francesco parrebbe essere in Fondamenta di Borgo, alle spalle di San Trovaso) maggiore di lui di quattro anni: Antonietta Meneghel, divenuta celebre come Toti Dal Monte. Antonietta studia a quel tempo pianoforte, mentre il padre di Cesco impartisce a suo fratello lezioni di violino. Nonostante assecondi i talenti di interprete del figlio, non sostenuti, purtroppo, da adeguata costanza, forse mosso da legittime preoccupazioni per il suo avvenire, Arturo Baseggio, in alternativa alla carriera di concertista, non disdegna per Francesco un rassicurante futuro da ragioniere, certo meno aleatorio di quello da violinista; conseguita non senza fatica la licenza elementare il bambino viene così iscritto all’Istituto Tecnico.

L’infanzia e l’adolescenza di Cesco non si esauriscono però tra spartiti e libri mastri. Spinto dalla madre – e facilitato da una prodigiosa memoria, poi passata alla leggenda – il bambino ama pure cimentarsi nella recitazione: di libretti d’opera, ascoltati durante le prove di Irma, ma sopratutto di poesie, specie a sfondo risorgimentale. Dai carmi di Goffredo Mameli ai componimenti di Luigi Mercantini. Stando ai suoi ricordi – sempre in bilico tra cronaca e romanzo, tra resoconto imparziale dei fatti e costruzione di un suo “eletto” mito personale, come ben ci insegna Paolo Puppa, suo ultimo informatissimo biografo, curioso e appassionato –, la naturale inclinazione al dire i versi è all’origine delle prime riuscite da attore di Cesco, così come della sua iniziazione al teatro goldoniano: «A scuola ebbi per primo insegnante – a Venezia – il signor Isotto Boccazzi, un artistoide, molto simpatico ed energico, che contribuì ad attivare il mio “fuoco sacro”. Credo mi considerasse un fanciullo prodigio. Un giorno, in classe, ci domandò se per caso qualcuno di noi conoscesse qualche poesia a memoria; io, con quella gran sicurezza che non mi è mai mancata, mi alzai esclamando: “So L’ultima ora di Venezia, La spigolatrice di Sapri e, se el vol, anca l’ino de Garibaldi (che era il mio cavallo di battaglia…)”. A sette anni ebbi il mio primo incontro con Goldoni. Recitai, con altri ragazzi, una scena del secondo atto delle “Baruffe chiozzotte”. Ero Marmottina, e Jacopo Marigonda, figlio di Antonio Marigonda, proprietario del Teatro Goldoni, era il Cogidore. Avemmo un notevole successo che mi procurò la prima tournée in tutte le scuole di Venezia» (ibidem).

Trascorrendo dall’agiografia alla storia, per quanto ancora circonfusa di un’aura di leggenda, il destino teatrale di Cesco si compie allo scoccare del suo sedicesimo anno d’età. Sul far dell’estate del 1913, l’anno che vede a Parigi l’inaugurazione del Vieux Colombier e a Monaco l’avvio della collaborazione tra Karl Valentin e Liesl Karlstadt, Baseggio viene coinvolto nell’organizzazione di una Serata settecentesca a beneficio dell’Istituto Coletti, data al Teatro Rossini dall’Accademia di Recitazione “Giacinto Gallina” di Venezia, diretta dal professor Vittorio Pastori. Come certificato dalla recensione uscita sulle pagine della «Gazzetta di Venezia» il 18 giugno, ossia il giorno successivo alla recita, Francesco vi si esibisce come violinista nell’ambito di un intermezzo musicale il cui programma prevede: la Ballade in La b. Op. 47 di Frédéric Chopin e la Tarantella in Sol min. Op. 44 di Giuseppe Martucci (al piano la signorina Maria Mazza), un largo per violino, violoncello e pianoforte di Georg Friedrich Händel e un minuetto sempre per violino, violoncello e pianoforte di Luigi Boccherini, interpreti – per l’appunto – Cesco, il violoncellista Tivoli e la stessa Mazza (s.a., La serata settecentesca al “Rossini„, in «Gazzetta di Venezia», 18 giugno 1913). L’intermezzo si incunea tra lo scherzo comico Goldoni e Ferrari di Giuseppe Ottolenghi e una recita de La locandiera; protagonista maschile della sezione teatrale dell’evento Gianfranco Giachetti, chiamato a dar voce, in quella circostanza, sia al monologo di Ottolenghi che al goldoniano Cavaliere di Ripafratta. A ben vedere, la stessa signorina Blanda Cardin-Fontana, interprete di Mirandolina, è strettamente legata al giovane comico, di cui diventerà sposa. Classe 1888 (dunque di solo nove anni più anziano di Cesco), nato a Firenze, ma trasferitosi con la famiglia a Venezia, Giachetti, futura stella della scena dialettale veneta, è all’epoca un filodrammatico di belle speranze, colto – si laurea in legge all’Università di Padova – ed esperto di musica – ha studiato pianoforte. Baseggio segue con attenzione tutte le prove della commedia goldoniana e Giachetti quelle del trio, di cui apprezza le esecuzioni. Tra Cesco e Gianfranco nasce una «spontanea simpatia»: sempre Baseggio ricorda un fatidico scambio di battute tra loro: «“Ma ti, gastu mai recità?” mi chiese. “No. Solo poesie”. “Vustu provar?”. “Provemo”» (Cesco Baseggio, Baseggio rievoca per noi mezzo secolo di vita teatrale, cit.). All’indomani del successo raccolto al Rossini, Cesco entra nella filodrammatica dell’avvocato Giachetti.

Mentre sui cieli di mezza Europa si stanno addensando fosche nubi di guerra, e l’avanguardia futurista sferra in Italia il proprio attacco ai teatri, negli stessi mesi in cui a Mosca, in capo ad un lungo iter di centododici prove Stanislavskij porta in scena la sua seconda edizione della Locandiera, protetto dal caldo ed umido abbraccio della laguna, al fianco del suo nuovo “mentore”-compagno l’adolescente Baseggio comincia il proprio viaggio da attore alla scoperta di quel repertorio veneto particolarmente caro alla troupe di dilettanti di Giachetti. Autore privilegiato è inizialmente Giacinto Gallina; settimana dopo settimana, Cesco e Gianfranco, insieme ai loro sodali, recitano: La chitarra del papà, La famegia del santolo, Una famegia in rovina e Zente refada. Pochi mesi dopo la Serata settecentesca svoltasi presso l’antica gloriosa sala dell’ex San Giovanni Grisostomo, la vita di Giachetti va però incontro ad un’esaltante svolta: nel ’14 l’attore, dopo aver rifiutato la proposta di un ingaggio gratuito di Alfredo De Sanctis, viene infatti scritturato dalla Compagnia del grande Ferruccio Benini, il celebre attore genovese, ma coneglianese d’adozione, caro anche alla “divina” Eleonora, insieme ad Emilio Zago imprescindibile punto di riferimento delle scene dialettali veneziane. Cesco è promosso sul campo alla guida della filodrammatica dell’amico. Lo scatto di carriera di Giachetti non incrina il rapporto con Baseggio, né – men che mai – interrompe la collaborazione tra i due giovani. Notati da Bepi Baldanello, comproprietario del Rossini, Cesco e Gianfranco vengono invitati a prendere parte ad alcune recite della Compagnia Filodrammatica di Dora Baldanello, consorte di Bepi. Nel gennaio del ’16, quando la Grande Guerra è ormai anche per l’Italia un triste dato di fatto, al fianco di Dora, li ritroviamo ad esibirsi, sempre sulle tavole del Rossini, in una suite goldoniana composta da: I rusteghi, La locandiera e La serva amorosa.

 
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